FOR LOVE OR MONEY

For Love or Money- Festival 2012

Amore e denaro, quello che fa girare il mondo e quindi la materia prima delle storie di  cinema. Nel primo, la regola vuole che dominino le donne, padrone del gioco dell’amore e nel secondo gli uomini, che manovrano i segreti del denaro. Una contrapposizione di genere e provocatoria, ma estremamente attuale, per leggere nel tempo e nello spazio il confronto tra i diversi mondi degli uni e delle altre, talora come conflitto, talora come necessità di coesistenza pacifica. A che punto è questa guerra, fredda o calda, a seconda delle epoche storiche?

Che cosa racconta oggi il cinema dell’amore o del denaro, nell’era della globalizzazione e quindi del primato unificante dell’economia? L’eterno confronto tra arte e modo produttivo, il modello hollywoodiano che orienta i mercati verso il marketing omologante giovanile e maschile, spinge sempre di più le registe verso l’innovazione tecnologica delle soluzioni low budget ma, allo stesso tempo, verso nuovi territori espressivi, come quello del documentario e del film d’arte.

E’ la naturale evoluzione di una vocazione all’avanguardia artistica, come quella espressa dalla linea Germaine Dulac, Maja Deren, Agnès Varda, Ulrike Ottinger e Valie Export, un mercato dell’arte in cui la top ten degli artisti più quotati è comunque maschile, o siamo di fronte al film di genere femminile povero ma bello?

E infine, last but not least, che cosa ne dicono, coi loro film, le registe, ora che le barriere  tra Oriente e Occidente cadono ad una ad una?

Nel XX secolo, le donne entrano sulla scena politica e sociale nella violenza di due guerre mondiali, nell’emergenza gravissima della Grande Depressione e nell’incertezza di due Dopoguerra.

In questo difficilissimo scenario, conquistano una legislazione del lavoro sempre più paritaria e un riconoscimento del loro valore sociale che ottengono con il diritto al voto, alla fine del secondo conflitto mondiale, e soltanto negli anni Settanta con il divorzio e con l’aborto. Più o meno negli stessi anni in tutto l’Occidente.

Fino agli anni Sessanta, il cinema americano racconta questa storia prevalentemente attraverso la polarità di amore e denaro, il primo dominato dalle donne e dal loro potenziale di seduzione e il secondo occupato dagli uomini e dalla loro produttività necessaria e ancestrale.

La differenza sta nei generi, quello più soft della commedia, che ironizza sulla guerra dei sessi e quello più drammatico del mélo e del noir, in cui le donne sono vittime o carnefici.

Per il cinema europeo, la storia è un po’ diversa e deve tener conto della lezione del Neorealismo e della Nouvelle Vague, che spostano il cinema sulla vita quotidiana e sulla strada, dove s’incontrano personaggi di attrici e donne leggendarie, come l’Anna Magnani di Roma città aperta e di Bellissima o la Jeanne Moreau di Jules et Jim.

Ma sono due parentesi brevi, oltre le quali si ripristina l’antica conflittualità tra domini che non vogliono cedere lo scettro e in sintesi, coesistono ma non interagiscono e anche l’uomo che ama le donne, il seduttore, rientra nell’archetipo del Casanova,

Nel cinema delle registe, che appaiono sulla scena nell’ultimo trentennio del secolo scorso, questa dicotomia amore/denaro si trasforma nella relazione tra storia, identità e finzione narrativa. Alcuni esempi, ma potremmo farne molti altri. Coline Serreau, Jane Campion, Margarethe Von Trotta, Francesca Archibugi.

Coline Serreau, francese, ottiene un successo planetario prima con Pourquoi pas, in cui racconta la sperimentazione amorosa degli anni Settanta con la storia di un trio, composto da una coppia di uomini e da una donna, che entra in crisi con l’ingresso di un’altra donna, di cui uno dei due uomini s’innamora e poi con Tre uomini e una culla, il nuovo desiderio di accudimento e di paternità degli uomini dopo il femminismo.

Jane Campion, australiana, Palma d’oro a Cannes con Lezioni di piano, ambienta nell’Ottocento vittoriano e coloniale dell’emigrazione in una nuova terra fangosa e salvifica, la storia dell’amore come percorso verso una nuova identità femminile e maschile.

Margarethe Von Trotta, tedesca, rilegge la deriva terrorista come una storia di ricerca d’identità tra le personalità speculari di due sorelle, nella rimozione tedesca del passato nazista: Anni di piombo.

Francesca Archibugi, italiana, racconta l’impegno degli anni Settanta e la sua sconfitta negli anni Ottanta ( Il grande Cocomero, Verso sera) attraverso personaggi adulti statici e personaggi giovani e giovanissimi dinamici, cui affida il potenziale di cambiamento e la speranza d’amore.

Ma nel nuovo secolo, mentre il nucleo tematico storia/identità/finzione narrativa rimane stabile, l’asse geografico si sposta verso est con l’arrivo della regista anglo-indiana Gurinder Chadha, che con Sognando Beckham e ancor più con il solare Matrimoni e pregiudizi, racconta come storie d’amore e d’emancipazione femminile post-coloniale in salsa bollywood ispirate a Jane Austin.

Verso sud, nell’Africa subsahariana, una nuova pleiade di registe, la burkinabé Fanta Regina Nacro e la camerunense Josephine N’Dagnou, La nuit de la vérité et Paris à tout prix, raccontano l’orrore delle guerre tribali come una tragedia greca classica e le tribolazioni dell’emigrazione come un on the road americano.

O il Maghreb, dove Tunisia, Algeria, in pieno fermento di talenti e recentemente con sempre maggior impegno e risultati, Marocco, rinnovano le loro cinematografia con molte autrici di rilievo, come Zakia Tahiri, che s’ispira alla commedia italiana, mixando con la favola e la magia africana, per raccontare gli effetti del nuovo diritto di famiglia più paritario sugli uomini del suo Paese.

Diventa centrale, tra Oriente e Occidente, la cinematografia turca, in cui esordiscono ogni anno più firme femminili, tra cui la premiatissima Asli Ozge, che con The bridge, mostra in stile neorealista il senso fisico e psicologico di questa transizione.

Infine, assumono uno spazio sempre più ampio, per numeri e originalità delle loro opere low budget, le latino-americane, dove Argentina e Messico, ma anche Cile, stanno emergendo da anni tragici, sia in politica che in economia, con la creatività e la necessità di raccontare in uno stile nuovo, pieno di virtuosismi, il dolore della dittatura e l’amore delle madri e delle nonne che hanno permesso di uscirne a testa alta. Sabrina Farji, con Lola & Eva, ad esempio.