Cinema e Nuvole

Cinema e Nuvole

La sala si restringe, il museo si espande, la sperimentazione corre sul web e si deposita nelle nuvole.

Gli ultimi dieci anni, i primi del 2000, hanno visto la complessiva sparizione dalle sale, commerciali e d’essai, del cinema cosiddetto  sperimentale o d’artista, che sembrava, un tempo, così congeniale alle autrici, quello cioè non o non propriamente documentario fatto di misure eccentriche, tempi non canonici, uso non codificato di musica, colore, montaggio, fotografia, contaminazione con forme di espressione artistica extrafilmiche o interattive con gli spettatori. Si è così decretata la fine di della sperimentazione e l’impero del cinema narrativo, della sua ermeneutica e alla sua prassi commerciale. Notizia priva di fondamento. Anzi, Il cinema sperimentale ci circonda, ci assedia e, forse ha vinto la guerra. Inoltre ha salvato i migliori musei del mondo dall’obsolescenza, destino altrimenti inevitabile, della conservazione dell’arte contemporanea in attesa che diventi classica. Insomma il cinema sperimentale è “uscito fuori di sé” ed ha inondato le forme della comunicazione visiva, da quella pubblicitaria alla musica più o meno pop che vede vari canali (televisivi, via cavo, solo web) trasmettere quasi esclusivamente videoclip di nuove e vecchie canzoni, agli eventi artistici più qualificati, con installazioni che non accompagnano più le opere, ma sono le opere stesse. Per misurare l’ampiezza di questo fenomeno non occorre rivolgersi ad America e Canada, che pure hanno dato il la alla tendenza, ma rifarsi alle ultime edizioni della Biennale di Venezia Arte e constatare come le nuove tecnologie abbiano rivitalizzato e delocalizzato la sperimentazione “cinematografica”. Le giovani autrici creano magazzini e gallerie virtuali delle loro opere e c’è anche un progetto di “Archivio/nuvola per il materiale girato dalle donne negli ultimi 60 anni. I film, realizzati con le vecchie tecnologie, potrebbero costituire un guadagno di visibilità e memoria collettiva. L’era digitale impone una nuova considerazione del tempo. Quando le registe mettono a disposizione le loro storie, (la loro storia) creano documenti visivi: testimonianze, scritture private, esperienze filmate che costituiscono fonti primarie. Rendere pubblica una storia privata, un’opera soggettiva, già di per sé, cerca risposte e confronti, crea il tessuto di una storicità femminile inedita. Chi fruirà dei contenuti dell’Archivio/nuvola, spettatrici e autrici, entrerà in relazione con i contenuti apprenderà e racconterà a sua volta, rielaborerà e approfondirà il senso utilizzando i vantaggi dell’ipertestualità sinestetica. Come diceva in un articolo della rivista Signs, già nel 2004 Laura Mulvey, l’unione fra le vecchie e le nuove tecnologie, ci fa intravedere altre temporalità conciliabili con la guida irrevocabile del tempo narrativo lineare.

Come dire: La sperimentazione è morta! Viva la sperimentazione!

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