Microstoria Italiana

Microstoria italiana. (1990/2010) Per cominciare a riflettere  -

 

Si dice spesso, e in vari contesti, che la più rilevante novità del nostro cinema è che, da 30 anni a questa parte non si tratta più di un cinema firmato solo al maschile. Già, perché, a differenza di altre cinematografie europee o addirittura asiatiche, prime dell’onda degli anni settanta oltre a Lina Wertmuller e Liliana Cavani altre registe (persone di sesso femminile che facessero della regia cinematografica la loro professione, unica o principale) non ve ne erano. Per la verità, la spinta del movimento che entrambe colsero e che contribuì non poco al loro successo internazionale era più di riscoperta dell’identità femminile non subordinata che di stampo emancipazionista. Nessuno avrebbe pensato alle due autrici come “donne emancipate”. Erano due artiste, ciascuna in modo diverso forti, appassionate, provocatorie. Mietevano successi e facevano scandalo, ma erano due.

Per la verità, gli inizi del cinema non facevano prevedere neanche in Italia una totale scomparsa delle donne dietro l’occhio meccanico della macchina da presa. Non erano solo le dive che, come Francesca Bertini, rivendicavano apertamente il loro diritto alla firma del film. Gli studi e le ricerche degli ultimi anni hanno fatto ricomparire tutto un tessuto ideativo e organizzativo del cinema dei primi anni del ’900 in cui le donne scrivevano, producevano e dirigevano film, magari ispirati a una canzone o semplicemente alla realtà che le circondava. Ma, se nessuno si ricordava di Alice Guy, perché mai qualcuno avrebbe dovuto ricordarsi di Elvira Notari o di Elvira Giallanella?

Gli anni ’70 e ’80 del ’900 sono, dal punto di vista della presenza delle donne al ciclo della produzione cinematografica, gli anni del grande cambiamento. Segnano il passaggio delle donne dietro la macchina da presa, anche se spesso per una volta sola, con mezzi di fortuna o inadeguati, o grazie ad un soggiorno, più o meno prolungato all’estero. Sono anni in cui alcune giovani “figlie d’arte”, cresciute tra i set di Cinecittà e le ville dei produttori sul litorale laziale, decidono di iscriversi al Centro Sperimentale. Alcuni collettivi comprano, in cooperativa, i primi, pesantissimi, modelli di video che permettevano, però, di muoversi con molta maggiore scioltezza di quanto fosse possibile fare con 16mm e Superotto che, sino allora erano stati i formati alternativi al 35mm. Anche per rivedere o mostrare un lavoro basta un televisore munito di lettore e la “controinformazione” passa rapidamente dalla teoria alla pratica.

In televisione un drappello di donne lavora, c’è la prima regista programmista che diventa capostruttura: Tilde Capomazza. Il programma Si dice donna utilizza tutte giovani filmaker e organizzatrici di cineclub. Tra queste anche Annabella Miscuglio e Rony Daopoulos, autrici di Processo per stupro e di A.A.A. Offresi. Sono le animatrici del Filmstudio. I servizi di quella pionieristica trasmissione sono sempre brevi documentari, come d’altra parte lo erano anche quelli girati per Tivvusette e Per voi giovani. Si dice donna è anche un’ottima scuola di videogiornalismo.

Al di là degli esperimenti e degli “una tantum” si riparte dalla commedia, vuoi per tradizione di famiglia (Comencini) o perché la generazione di mezzo, dopo quella dei grandi maestri del dopoguerra sceglie per esordi questo genere antico e molto amato da un pubblico che dopo impegno e cineclub preferisce le arene estive e desidera ridere o almeno sorridere nella generalizzata atmosfera di riflusso e ritorno al privato. Già il privato che per le donne è il più importante tramite alla vita pubblica, monopolizza gli schermi. Le nuove autrici mettono in scena le loro commedie ed è subito chiaro che non si tratta di cinema “carino” come si diceva, in tono malevolo, a proposito di molte opere italiane, piuttosto di un cinema molto attento alle storie umane, ai percorsi degli individui, ma assolutamente mai fuori contesto storico e sociale. Certo non c’è la grande storia, ma quella sociale del nostro paese è fotografata con puntualità ed efficacia Wilma Labate (Ambrogio) racconta di una ragazzina che studia da capitano di mare, ma parla in modo molto circostanziato dell’adolescenza di una generazione, Antonietta De Lillo (Matilda) indaga su relazioni uomo donna  in una Napoli sull’orlo di una crisi forse irreversibile, e anche lo straordinario esordio nel lungometraggio a soggetto di Francesca Archibugi (Mignon è partita) fa il punto, con l’indimenticabile Famiglia Forbicioni, sullo stato delle cose nella condizione delle donne (mamme e figlie) di due generazioni e sulla vita di quartiere. Il comico, altro leit motiv dell’ultima parte del secolo scorso per le donne in cinema arriva più tardi. Come genere teatrale e di scrittura viene praticato molto e con successo per tutti gli anni ’80 e ’90 con rassegne e manifestazioni affollate ma, mentre molti comici dal teatro passano rapidamente al cinema, questo accade raramente per le donne. Sabina Guzzanti fa eccezione con le sue cinque regie. Anna Di Francisca esordisce anche lei con una commedia, stavolta tratta dal best seller comico di Carmen Covito La bruttina stagionata, con l’interpretazione molto azzeccata di Carla Signoris, cabarettista e comica teatrale. Di certo, senza alcuna dichiarazione d’intenti, né velleità ideologica, l’immagine-protagonista nel cinema delle registe è prevalentemente femminile e singolare, mai collettiva. Fa eccezione Giovanna Gagliardo che, dapprima aiuto regista di M. Jancsó, firma poi da sola il film landmark per la teoria critica femminista Maternale, interpretato da Carla Gravina, poi Via degli specchi e Caldo soffocante con personaggi femminili protagonisti e psicologicamente molto complessi. Dagli inizi del nuovo millennio (ma Il mito di Cinecittà è già del 1992) inizia un eccezionale lavoro di ricerca ed elaborazione dei materiali dell’Istituto Luce realizzando film-saggio ricchissimi di contenuto storico culturale e di forte impatto visivo sulla vicenda delle donne (e quella del nostro paese ) dagli inizi del ‘900, cioè dall’inizio del cinema, ad oggi. Bellissime (1 e 2 2004-2006) L’abito di domani-Storie della Moda nel Tempo (2009). Nel frattempo utilizza la sua competenza sui documenti audiovisivi, ed i materiali delle Teche-Rai anche per il film Vittime – Gli Anni di Piombo realizzato per l’AIVITER (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) che ripercorre trenta anni di storia ricostruendone fatti e memoria attraverso le esperienze private di sopravvissuti e testimoni di quelle terribili esperienze.

Altra eccezione è Francesca Archibugi, che pur riservando ai personaggi femminili una cura e una profondità che evita tipizzazioni e superficialità, sceglie come terreno espressivo privilegiato quello dell’infanzia e dell’adolescenza. Eppure i suoi film “intimisti” e “misurati” danno il polso della situazione italiana meglio di molti altri, combinando particolari di sceneggiatura, punti di vista eccentrici e temi fondamentali. Papere, Valentina/Pippi, sono le ragazzine che ci fanno confrontare con periodi e argomenti attraverso una delicata identificazione con la sensibilità e la percezione delle cose dell’infanzia. Altrettanto accade per le bambine umbre alle prese con il terremoto in Domani, poi i due liceali romani Pollo e Curry, India e adozioni in Lezioni di volo. Finalmente e non per caso, con Questioni di cuore due maschi adulti sono al centro della vicenda resi meno sicuri di sé da una grave crisi, cardiaca a livello narrativo ma metafora efficace dell’attuale momento, per la necessità evidente di riconsiderare valori e desideri e scelte, certo privati ma anche collettivi.

Il primo decennio del 2000 registra un cambiamento di forme e di stili. Il panorama dei temi affrontati si allaga e la varietà dei registri anche. Da un lato certo il fenomeno è da collegare alla maturità professionale della prima generazione di autrici che padroneggiano ormai assai bene mezzi espressivi e si muovono con più autorevolezza con i meccanismi, tutt’altro che facili della produzione e della distribuzione. Emanuela Piovano, dopo un lungo percorso, iniziato dalla ricerca di cinestoria al documentario-denuncia Le rose blu tratteggia, si cimenta e in modo non banale, con il personaggio difficilissimo di Simone Weil in Le stelle inquiete. Cristina Comencini gira i notevoli  La bestia nel cuore e Bianco e Nero che picchiano duro sui temi di cui “non si parla”, la violenza in famiglia e la mancata integrazione razziale nel nostro paese. Anne Riitta Ciccone, L’amore di Maja e Il prossimo tuo, pone l’urgenza di un’identità femminile europea da condividere maggiormente.

D’altro lato le più giovani non esordiscono più partendo dall’autobiografia, per quanto generazionale, e c’è chi mette in scena con affettuoso disincanto l’adolescenza delle mamme, come Susanna Nicchiarelli in Cosmonauta, situa i suoi giovanissimi personaggi negli anni ’50 italiani, tra guerra fredda e conquista dello spazio o, come Tizza Covi che dedica un meraviglioso piccolo film, La pivellina ad una comunità di artisti girovaghi che accettano senza alcun problema una bimba piccolissima e abbandonata. Attrici molto amate passano dall’altra parte della Macchina da Presa, Stefania Sandrelli dedica un film alla poetessa Cristina da Pozzano affrontando senza paura il film storico, e Giovanna Mezzogiorno firma un ritratto riuscito di uomo e artista dedicato a suo padre, l’indimenticabile Vittorio Mezzogiorno. Cinzia Torrini passa dal documentario al serial televisivo con lo scatenato Elisa di Rivombrosa indovinando il blend d’avventura classica e protagonismo femminile. Diverte con citazioni e reminiscenze che spaziano da Dumas ad Angelica di Pauline  Reage passando per i film di cappa e spada degli anni’50. Complessivamente però, prevalgono i temi pubblici sia storici che contemporanei affrontati in modo frontale e con pochi sconti. Come fa Roberta Torre. Dopo un lungo periodo di sperimentazioni e bei documentari ubicati in un’elaborazione fantasmatica del Sud malavitoso che era culminata nel musical Tano da morire dal 2000, ritrae frontalmente un personaggio di donna, Angela, che rappresenta il centro del problema: la contiguità tra mafia e vita normale. Così, anche si dedica al problema fondamentale  dell’immigrazione tra documentario e finzione: Sud Side Story, Il viaggio lungo di Arul, Rani e Vivetas, Mare nero ecc. C’è poi “un ritorno al centro” di tipo geografico politico con Tiburtino terzo e La notte quando è morto Pasolini. Con il nuovissimo I baci mai dati si concentra su un tema importante e poco rappresentato, quello della nuova religiosità, ambiguamente popolare e arcaica, ma anche individuale e potente.

La maestra Liliana Cavani torna, con tutta la sua esperienza e il suo talento, al ruolo di narratrice della grande storia per la televisione e sceglie due personaggi del peso di Albert Enstein e Alcide de Gasperi. Anche nei film d’arte di Marina Spada, personalissimi e collettivi, donne e storia si danno appuntamento inevitabilmente. In Come l’ombra, e Forza cani le due protagoniste lavorano e, come sempre più spesso accade, vivono sole, mantenendo con gli uomini rapporti intensi e comprensivi ma sempre un po’ vigili sulla difensiva. Sono migranti o pronte a migrare. Oppure sono poetesse contemporanee, inquiete e inquietanti, come Antonia Pozzi (Poesia che mi guardi).

Coerentemente a questa forte presa sulla realtà che è una costante del decennio, c’è da rilevare la presenza di documentari o docufilm a soggetto che s’impongono a pubblico e critica. Inizia, con Mi piace lavorare interpretato da Nicoletta Braschi, Francesca Comencini che descrive i meccanismi invisibili, ma poi non tanto, del mobbing, (2004) e In fabbrica (2007) (il lavoro e le sue trasformazioni) A casa nostra 2006 (il potere del denaro in tutte le sue forme. Ci sono i lavori di Antonietta de Lillo per il programma La storia siamo noi (2001 Vele, Italsider I Quartieri Spagnoli-2002 La terra di lavoro nel Casertano ecc.) e poi Il resto di niente, film straordinario e forse in anticipo sui tempi, che proponeva con forza le vicende di una protagonista della rivoluzione napoletana, la giornalista e rivoluzionaria portoghese Eleonora De Fonseca Pimentel.

Alina Marazzi dopo aver conquistato tutti con lo struggente Un’ora sola ti vorrei, dedicato a sua madre, parla delle “madri di tutte noi” in Volevamo anche le rose, premiatissimo documentario di montaggio animazione e finzione, sul movimento delle donne e sul nostro paese. Signorina Effe di Wilma Labate (2008) ripercorre, attraverso la contrapposizione/attrazione di un operaio e di un’impiegata un periodo cruciale della vita in Fiat a Torino. Sempre sulla condizione operaia e la sicurezza sul lavoro La svolta di Valentina d’Amico. Ci sono poi gli exploit più underground come Biutiful Cauntri di Esmeralda Calabria che ha anticipato l’esplosione degli scandalo dei rifuti dell’ecomafia e più recentemente il caso di Lorella Zanardo   Questa manager, a lungo vissuta fuori dallItalia che rientra e si scandalizza di fronte all’uso dell’immagine femminile della televisione italiana e trasferisce il suo sdegno in immagini digitali aprendo un dibattito che dalla rete rimbalza sugli altri media. Il corpo delle donne, della Zanardo, ha ricevuto molti premi in Italia e all’estero e molti attacchi che ne confermano la capacità straordinaria di far pensare e discutere. Di tutti questi documentari e  film si è parlato molto, ma non bisogna dimenticare che sono la punta di un iceberg, dell’enorme lavoro sul genere, svolto rispettandone le regole o trasgredendo metodicamente che moltissime autrici italiane hanno realizzato. Tra un film narrativo e l’altro come Isabella Sandri, Costanza Quadriglio e Wilma Labate, in parallelo al lavoro di giornalista, come Emanuela Audisio, o nell’ambito del mediattivismo video come Cristina Vuolo. Qualche nome per tutte: Elisabetta Lodoli, Mietta Albertini, Emanuela Giordano, Gabriella Romano, Aurelia Longo, Silvana Maia, Cosetta Raccagni e le molte altre che in poche righe, non è possibile citare ma forniscono un ricchissimo materiale per questo percorso che vuole anche essere un omaggio ai 150 anni del nostro paese, così bello e così difficile ma abitato e amato dalla creatività femminile.

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