Storia di una donna amata e di un assassino gentile (2009)

Storia di una donna amata e di un assassino gentile

Regia: Luigi M. Faccini
Montaggio: Sara Bonatti
Musica: Oliviero Lacagnina, Riccardo Joshua Moretti
Produzione: Bubul & Co. per Ippogrifo Liguria.
Italia, 2009, Digitale col., 218′
Mercoledi 10  Ore 21.00

Ecco in estrema sintesi ciò che ritengo l’essenza profonda di questo film: “il tempo”. Ossia l’intreccio filmico tra i tempi della vita: passato, presente, futuro. Infatti: il passato qui non è archeologia, è storia. La storia non è altrove, lontana è qui ancora viva, pulsante, più che mai necessitante di un’interrogazione. Il presente è sempre attimo che non si ferma, presenza o assenza, attività, ma anche contemplazione, stupefazione, tempo che si scolpisce. Il futuro, infine, è ora in un presente carico del passato che progetta, agisce, interloquisce.

Da qui la visione integrale è necessaria, pur essendo il film diviso in sette capitoli. Il ritratto di Marina Piperno non è puramente cronologico, né rettilineo. È anche ritorno alla Storia, la sua e quella di tutti, con cui “duellare”. È un ritratto di figura sensibile e pratica, determinata e poetica, con un volto che esprime la naturalezza del quotidiano, i silenzi contemplativi, la profondità del dolore. È un ritratto in divenire, indefinito con le sue zone d’ombra, con le sue ferite, con le sue proiezioni di felicità. Il film è un atto d’amore di Luigi Faccini (assassino, ma al fondo gentile) a Marina Piperno. Un grande atto d’amore in sé (per averlo voluto, progettato e realizzato) e nei suoi risultati. L’atto d’amore è nell’aver dato tutto lo spazio possibile a Marina, perché la storia non si contraesse, lasciando che il film e la figura della protagonista potessero emergere con i loro tempi, chiedendo a noi spettatori (altri) di metterci a fianco, di accompagnare il film anche nei momenti apparentemente più lenti. L’atto d’amore è, infine, una scelta stilistica e poetica di regia, di Faccini.

Infatti, se è vero che il film è un dono di Faccini alla donna amata e a noi spettatori, è anche vero che accanto a Marina Piperno c’è l’ombra dell’assassino gentile: la sua voce diretta e autorevole che partecipa o domanda o s’inserisce, ma soprattutto vive con l’occhio della videocamera. Ed infatti in questo ritratto (o ritratti) c’è cinema. Prendiamo gli inserti di vita quotidiana con i suoi “animaletti”: il riccio, la cavalletta, il grillo, la lumaca, la farfalla. Sequenze splendide per le inquadrature in primissimo piano, che pienamente rilevano la loro fisicità nei dettagli più nascosti, per le parole che esprimono talvolta l’incanto che la visione ravvicinata suscita (“Guarda se non ha sembianze umane.. Sembra un acrobata…”), per la presenza libera e incontrollata con cui i cani giocano o interagiscono. Non è semplicemente la bellezza degli attimi, è la bellezza di attimi creati, selezionati e scolpiti. Prendiamo il materiale d’archivio, foto e filmati, utilizzati per intrecciare la vicenda della famiglia Piperno, ebrea, che dovrà, di fronte alle leggi razziali e ai rastrellamenti di fascisti e di nazisti scappare, fuggire…. Bastano le voci, per certi versi, terrificanti di Mussolini e di Hitler, le immagini di una folla che con queste si fonde, un montaggio ben calibrato per introdurci in quel clima di paranoico fanatismo e di crudeltà claustrofobica, troppe volte intravista per non correre il rischio della banalizzazione.

Anche per questo la visita ad Auschwitz diventa fondamentale: come cerniera tra un ieri che sempre ritorna in chi, da bambina, l’ha comunque vissuto, e l’oggi in cui le ombre lunghe del razzismo leghista questa atmosfera suggeriscono e che le parole nette scritte da Giorgio Bocca e lette da Marina Piperno benissimo esprimono. Faccini riesce a fondere il dolore muto del volto di Marina in sovrimpressione con i binari del treno che arrivano alla porta di Auschwitz, con il filo spinato, con le foto di uomini e bambini denudati di tutto, con i poveri oggetti rimasti. Tutto senza pietismi in una giornata azzurra di luce ed in una Cracovia percorsa da un turismo sobrio, con una fisarmonica trascinante ed un faccia a faccia dei due protagonisti, che si interrogano, scavano o cercano di scavare su cosa sia oggi la Shoah, la Memoria personale e quella collettiva.

Prendiamo infine le musiche di Oliviero Lacagnina e Riccardo Joshua Moretti, soprattutto ascoltiamo il bellissimo motivo dominante, che percorre il film nei suoi snodi principali, con la sua inquietante e malinconica mobilità.

Giusto, infine, che il futuro sia un film da fare, un film su Rudolf Jacobs, un tedesco, un tedesco partigiano, che combatté e morì per una scelta coraggiosa, la resistenza contro il nazi-fascismo. Una figura giovane, aperta, nobile, protesa verso… Giusta questa scelta, che scopre un set, il fiume Magra “ perfetto…da riprendere dall’alto in basso per evitare la presenza di macchine”…, che scopre la difficoltà di reperire fondi, che scopre, per caso, l’attore, Carlo Prussiani, d’una bellezza espressiva che bene si imparenta con la foto di Rudolf Jacobs. Giusta scelta, che chiude il film lasciandolo aperto, aperto ad un impegno, un impegno creativo, un impegno civile.

Gianni Quilici, L’amata l’assassino. Malizia e innocenza del cinema di Luigi Faccini

Marina Piperno

Non ringrazieremo mai abbastanza Marina Piperno per quello che ha fatto a vantaggio del cinema italiano…

Mino Argentieri, critico cinematografico

Marina, c’è qualcosa di assolutamente rilevante nella tua persona: l’intraprendenza, e, oserei dire, la tua protervia nel voler esistere, ma al livello della più alta dignità creativa…

Arnaldo Bagnasco, sceneggiatore

Ti ricordo, eccome, lottare perché ogni cosa, piccola o grande, fosse risolta nel migliore dei modi. E quando dico lottare dico lottare, non in modo metaforico ma concreto. E ti ricorderai, spero, qualche cazzottatura verbale tra noi due, ginnastica raccomandabile per una leale salute dei rapporti…

Fernando Birri, regista

Dopo una precoce ed intensa stagione da giornalista per Il Paese di Roma, diretto da Tommaso Smith, partendo dagli sport invernali per arrivare alle cronache cinematografiche e finire ai reportage sulla povertà delle periferie urbane, sceglie il cinema, nel ruolo di produttore, complice una lunga permanenza a New York e studi di regia televisiva. Esordisce con il documentario 16 ottobre 1943 (1961) sulla razzia del ghetto di Roma, dal testo di Giacomo De Benedetti e la regia di Ansano Giannarelli, quando sullo sterminio ebraico era scesa l’ombra della rimozione. Il cortometraggio è di forte impatto e ottiene un grande successo. Nel 1962 fonda la REIAC Film con Giannarelli e Piero Nelli, diventandone amministratore unico. Prima donna italiana a misurarsi con una professione totalmente maschile, dopo i Nastri d’Argento per il mediometraggio Diario di bordo (1967) e per il complesso della sua attività documentaristica (1968), inizia a produrre fiction, sia per il grande schermo che per la Rai, pur mantenendo viva la sua attenzione nei confronti dei temi sociali e politici che fin dall’inizio hanno caratterizzato le sue scelte. Tipico, in questo senso, è il mediometraggio Labanta negro di Piero Nelli che fu proiettato all’ONU quale prova contro le atrocità commesse del colonialismo portoghese in Guinea Bissau, come il documentarismo dedicato ai movimenti di rivolta e di liberazione che fiorirono nel mondo e che accelerarono la decolonizzazione, quando non la provocarono. Negli anni ’60 la produzione della REIAC Film è completamente autofinanziata, poiché il settore documentaristico ha una sola possibilità di recupero dei costi sostenuti attraverso i “premi di qualità” assegnati dal Ministero dello Spettacolo e nella misura di dieci all’anno per i cortometraggi migliori. La REIAC Film li vince quasi sempre, ma ciò non basta a finanziare nuova produzione e a coprire i costi di gestione della struttura societaria. È per questa ragione che il gruppo promotore della REIAC Film decide di avviare una linea produttiva di cinema industriale. Nascono rapporti con la FIAT, con le Ferrovie dello Stato, ENI. Anche in questo settore la REIAC Film consegue riconoscimenti e diventa l’interlocutore audiovisuale di molte aziende importanti. Viene fondata, all’uopo, la Publireiac, con sede a Milano e soci milanesi, che opererà prevalentemente nel settore pubblicitario, producendo “caroselli” per Upim, Facis, Credito Italiano, Splügenbräu, Balestra, Perugina. Alla fine degli anni ’60 viene presa la decisione di perfezionare l’attività audiovisuale della REIAC Film. Nascono la SAV (Società Audiovisivi) e la IRTAV (Istituto di ricerche sulle tecnologie audiovisive), provviste di un comitato scientifico di grande qualificazione. Maturano intanto i rapporti con la Rai della quale la REIAC Film diventa, tra i primi e per molti anni, un partner progettuale ed esecutivo. Dall’intensa collaborazione con la Rai nacquero cicli, inchieste, documentari (sociologici e scientifici), telefilm sperimentali, fiction. Nel dicembre del 1982 fonda la MP srl con la quale produce i film di Luigi Faccini. Tra gli oltre duecento “pezzi” che ha firmato, Marina Piperno ama ricordare: Il bianco e il nero (1966), L’asfalto nella giungla (1966), Noi siamo l’Africa (1966), Dakar è una metropoli (1966), Diario di bordo (1967), Sierra Maestra (1968), Non ho tempo (1971), Immagini vive di Ansano Giannarelli (1974); e la serie Gli uomini della scienza che lo stesso Giannarelli aveva ideato e coordinato, riservandosi la regia di Monge (1977); La traversata di Giuseppe Bellecca (1969); L’Alessandro nelle Indie di Vittorio Sermonti (1970); I vent’anni di tre generazioni di Bellecca e Murgia (1977); Rocco Scotellaro di Maurizio Scaparro (1977); Il Fratello di Massimo Mida (1974); I Cinegiornali della Pace (1962) e La Veritàaaa (1982) di Cesare Zavattini.

Il richiamo (1992) di Claudio Bondì; Sassalbo provincia di Sidney (1982), L’Amiata è anche un fiume (1983), Immaginando cinema (1984), Inganni (1985), C’era una volta gente appassionata (1985), Donna d’ombra (1988), Notte di stelle (1991), Canto per il sangue dimenticato (1997), Giamaica (1998) e Andrea, dicci chi sei (2003), Le mani raccontano (2006), Il pane della memoria (2008) di Luigi Faccini. Produttore indipendente, che ha praticato da sempre la strada dei “prototipi”, Marina Piperno sostiene che solo la specificità nazionale del nostro cinema è garanzia della sua vitalità. Nel 1999 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo Sono una ragazza che si arrangia, Ed. Cinque Terre. Nel 2002 il Club degli amici del cinema (Genova) ha dedicato una retrospettiva alla sua produzione cinematografica, dopo il corso che Giampaolo Bernagozzi e il DAMS dedicarono, nel 1978, all’esperienza produttiva della REIAC Film. È membro del Comitato Scientifico dell’associazione culturale E.L.M. Europa Liguria Mediterraneo, fondata dalla parlamentare europea Marta Vincenzi, ora diventata anche Sindaco di Genova. È stata docente del Master in Management per lo Spettacolo presso l’Accademia d’arti e mestieri dello Spettacolo, Teatro della Scala. Attualmente ricopre la carica di Presidente dell’associazione culturale Ippogrifo Liguria, che organizza convegni di vasta risonanza (La Storia come identità, La democrazia è figlia della Resistenza) ed eventi come Gente di Strada, “un riconoscimento a chi si batte contro l’esclusione”, assegnato a don Andrea Gallo nel 2003, a Nevè Shalom-Wahat as Salam nel 2004, oltre a produrre video ed esplicare una consistente attività editoriale attraverso la collana I libri dell’Ippogrifo.

Luigi M. Faccini

Autore di contenuti alti, raffinato nelle scelte stilistiche, Luigi Faccini è portatore di un cinema libero, esigente, scomodo. Lottatore dallo sguardo partecipe, scandaloso e poetico, ha mutuato dalla sua gente, i tenacissimi liguri di levante, la necessità del viaggio: come fatica e avventura, come scoperta ed esilio, come congedo e ritorno. Per sviluppare il suo discorso etico ed estetico, unico in Italia, ha utilizzato i più diversi mezzi tecnici e linguistici, dalla pellicola al nastro, dalla pittura alla fotografia, fino alla scrittura letteraria…

Antonio Medici, critico cinematografico

Faccini non cerca il successo, né vuole piegarsi alle richieste della produzione corrente. Ma mentre per tutti c’è un momento di assorbimento da parte del sistema, in lui c’è un progressivo bisogno di chiarire, in senso radicale, la diversità della propria idea di cinema. Anzi, sono proprio le sue prime opere ad intensificare la sua meditazione e gli indicano le strade da percorrere: quelle della ricerca antropologica e quelle di un cinema di finzione più legato al vissuto individuale, al bisogno di possedere una realtà interiore sfuggente…

Giampiero Brunetta, storico del cinema

Luigi Faccini nasce a Lerici. Condotto a Roma bambino, si forma in questa città, laureandosi in Economia e Commercio. Si accosta al cinema come critico e scrive per Filmcritica e Nuovi Argomenti. Fonda Cinema&Film, con Aprà, Ponzi, Anchisi, Albano, Martelli, Rispoli e Roncoroni, rivista che, nel 1966, introduce in Italia la semiologia e lo strutturalismo applicati allo studio del film. Pubblicata da Garzanti, aveva quali interlocutori prediletti Pier Paolo Pasolini e Roland Barthes, ma anche Christian Metz e i formalisti russi. Tra i molti influssi: i Cahiers du cinema e Positif, Hollywood e l’underground americano. Dopo una rapida gavetta televisiva, esordisce nella fiction con Il libro bianco (1969), sul “caso Siniawkij-Daniel”, un mediometraggio che ha Giulio Brogi quale protagonista. Il suo primo lungometraggio è Niente meno di più (1970), per gli “Sperimentali” della Rai. Dopo una parentesi nel giornalismo d’assalto (TV-7 e A-Z, un fatto come e perché), è, per due anni, video-ricercatore nell’ospedale psichiatrico di Arezzo, diretto dal basagliano Agostino Pirella (1972-74). Questa esperienza “di ascolto e investigazione”, risulterà profondamente formativa, “madre”, dodici anni dopo, di Inganni, il film ispirato alla vita manicomiale del poeta Dino Campana. Nel 1973 fonda la Filmcoop, una cooperativa di lavoro il cui scopo è garantire la libertà creativa dei suoi soci, tra i quali figurano Gianfranco Albano e, inizialmente, Peter Del Monte e Stefano Roncoroni. Nell’ambito della Lega partecipa alla costituzione del Consorzio Nazionale Cooperative Cinematografiche, del quale diventa il primo Presidente. Nell’estate del 1975, a Siracusa, gira Garofano rosso, da Il garofano rosso di Elio Vittorini, film d’esordio di Miguel Bosè e primo film italiano ad avvalersi di una colonna sonora rock, ad opera del Banco del Mutuo Soccorso. Durante le riprese di Una scelta di vita, nel 1977, accompagnando Giorgio Amendola nel rione Stella, a Napoli, e successivamente a Capri, potrebbe incontrare Marina Piperno, come lui invitata ad Ischia per il premio Rizzoli. È il 2 maggio. Ma nessuno li presenta, nonostante una collaborazione tra REIAC Film e Filmcoop fosse già da tempo concordata. Quella sera a vincere è Un cuore semplice di Giorgio Ferrara, tratto da Flaubert e sceneggiato da Cesare Zavattini. A produrlo era stata la Filmcoop. Un mese più tardi, negli uffici della REIAC Film, prende l’abbrivio il sodalizio affettivo e professionale con Marina Piperno. Del 1978 è Un autore una città, un “viaggio in Italia” in compagnia di Moravia, Testori, Bernari, Volponi, Bassani e Bevilacqua. Ognuno nella propria città: Roma, Milano, Napoli, Urbino, Ferrara e Parma. Nell’estate del 1979, dopo una lunga gestazione burocratica e finanziaria, gira, per Rai 2, il film Nella città perduta di Sarzana, sui fatti del 21 luglio 1921. Nel corso del 1980 dirige La nuvola in pantaloni, un programma sui ‘formalisti russi’ a cura di Alberto Asor Rosa e segue un tour del Banco del Mutuo Soccorso, registrandoli dal vivo. Lo special Banco viene acquistato e trasmesso da Rai 3. Proseguiva intanto, basata su storie ‘vere’, la serie tv Storie allo specchio, durata tre anni, dal 1978 al 1980.Come su persone reali sono imperniati i mediometraggi realizzati tra il 1982 e il 1984: Sassalbo provincia di Sidney, L’Amiata è anche un fiume e Immaginando cinema, che nel 1988, ad Avellino, gli valgono il Premio Giampaolo Bernagozzi per il cinema antropologico e di ricerca. Intanto, nel dicembre del 1982, con Marina Piperno fonda la MP srl, che da quel momento produrrà tutti i suoi film. Del 1989-90 sono: Villa Glori, viaggio nelle risposte possibili all’AIDS e Casal del Marmo, l’intelligenza reclusa. Inganni, ispirato alle vicende del poeta Dino Campana, è del 1985. Con questo film si compie, dodici anni dopo, l’esperienza di video-ricercatore presso l’Ospedale psichiatrico di Arezzo.

Fra il 1985 e il 1986 gira C’era una volta gente appassionata, un viaggio nella Resistenza toscana, programma commissionato dalla sede regionale Toscana della Rai, che “salva” le testimonianze degli ultimi protagonisti e ricostruisce il tempo che sfociò nella Costituzione repubblicana. Dalla fine del 1986, a tutto il 1987, dirige, a Sarzana, per la regione Liguria, un laboratorio antropologico-teatrale che, a partire dall’analisi dei racconti di Cechov, sfocia in uno spettacolo, con musica ‘live’, intitolato Prova di voce. In scena vanno una trentina di allievi. Donna d’ombra, primo film italiano ambientato nel mondo della “modern dance”, che si avvale delle coreografie di Elsa Di Laudadio Piperno, “lancia” l’attrice teatrale Anna Bonaiuto. Nel 1990, dopo l’esperienza nel carcere minorile di Roma, organizza un laboratorio cinematografico in un ‘centro sociale’ di Tor Bellamonaca, un quartiere di recentissima costruzione che aveva raccolto tutte le marginalità romane, oltre il Grande Raccordo Anulare. Con i ragazzi che lo frequentano prepara e gira Notte di stelle, film dedicato ai ragazzi delle periferie invisibili. Tra il 1993 e il 1996 si ritira in Alta Maremma, sul versante grossetano dell’Amiata, dove scrive il romanzo La baia della torre che vola (TraccEdizioni): saga di una famiglia marinara del levante ligure, tra istanze egualitarie e miti resistenziali, ricerca di radici e ricognizione sulla Storia e sulle ideologie. Nel 1997 gira il lungometraggio documentario Canto per il sangue dimenticato, sulla strage degli 83 minatori della Niccioleta (Grosseto), compiuta da fascisti agli ordini dei tedeschi in ritirata tra il 13 e il 14 giugno del 1944. Tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 gira Giamaica, incursione nell’immaginario separato dei giovani delle periferie, dentro una città notturna, graffita e violenta, che potrebbe essere Sao Paulo, Los Angeles o, chissà, Roma. I protagonisti sono, in gran parte, gli stessi di Notte di stelle, ai quali lo legava la promessa di ricordare per sempre Auro B., un loro amico ucciso e bruciato da assassini rimasti sconosciuti. Nel 1999 il Museo del Cinema di Torino e la Casa della Cultura di Milano gli dedicano, a breve distanza l’una dall’altra, una retrospettiva. Tesi di laurea vengono assegnate dalle università di Bologna, Pisa, Roma, Firenze. Del 2000 è la grande retrospettiva del Tagliacozzo Film Festival, che mostra sedici dei suoi titoli, tra fiction, ricerca ed ibridi. In quell’occasione presenta il suo secondo libro, un romanzo in forma di racconti, Il castello dei due mari (Ed. Mesogea). In quello stesso anno, per ragioni famigliari, fa il suo rientro a Lerici. È l’occasione per fondare Ippogrifo Liguria, un’associazione culturale di cui è Presidente Marina Piperno, le cui finalità sono la ricerca antropologica e storica, la raccolta di testimonianze orali sia del mondo contadino che di quello operaio, e l’organizzazione di eventi culturali, tra i quali Gente di strada, un riconoscimento a chi si batte contro l’esclusione, di cui è il Direttore etico-artistico. Nel territorio in cui è nato intensifica la propria attività letteraria, senza dimenticare le immagini. Gira Sguardi, un cortometreaggio dedicato ad Emilio Bertonati, artista, gallerista e collezionista, morto suicida, che aveva riscattato dall’oblio la pittura della Nuova Oggettività tedesca. Fotografa le tombe massoniche, laiche e religiose dei cimiteri di Lerici, Sarzana, Pontremoli, e, nel 2001 pubblica C’era una volta un angelo di nome Willy (De Ferrari editore), un exursus fotografico, storico e letterario, che salva il cimitero ottocentesco di Lerici dalla destinazione a parcheggio multipiano. In concomitanza con la pubblicazione del libro e la mostra delle fotografie che si tiene nel castello S. Giorgio, in Lerici, il FAI inserisce il “cimitero vecchio” nell’itinerario delle sue scoperte. Del 2002 è la pubblicazione di Un poliziotto perbene (I libri dell’Ippogrifo), romanzo storico che pone al centro del suo racconto l’Ispettore Generale di P.S. Vincenzo Trani, Questore di Roma, inviato dal governo a pacificare la Lunigiana dopo i fatti del 21 luglio 1921. Un’inchiesta esemplare che diventa un giallo politico. Il volume viene presentato nell’ambito di un convegno di studi che riunisce storici del calibro di Nicola Tranfaglia, Emilio Gentile, Paolo Pezzino, Gianfranco Petrillo, Eros Francescangeli ed altri. Nel 2003 viene presentato il libro degli atti. Porta il titolo del convegno: La Storia come identità. Del 2004 è il romanzo storico L’uomo che nacque morendo (I libri dell’Ippogrifo), ispirato alla vicenda di Rudolf Jacobs, il Capitano della Marina Militare tedesca che passò alla Resistenza lunigiana nel settembre del 1944, ma anche ai partigiani disarmati che con la loro attività, capillare, segreta, consentirono ai partigiani armati di sopravvivere e contribuire alla liberazione del nostro paese. Il libro è dedicato “ai piccoli maestri dell’Europa a venire”. L’affabulazione Disubbidire a Hitler, con le musiche di Livio Bernardini, Egildo Simeone e Alessio Ambrosi, accompagna le presentazioni del libro. Trafficanti di sogni è un libro che condensa un acceso dibattito sulla solidarietà svoltosi nel maggio del 2003, durante la prima edizione di Gente di strada, quando don Andrea Gallo, coordinatore della Comunità di San Benedetto, ricevette la Targa d’Argento destinata al vincitore. In quella occasione era stato proiettato in pubblico Andrea, dicci chi sei, il “ritratto video” che Faccini gli aveva riservato. Questo film, della durata di un’ora, girato in DVCam, ha aperto il Missing Film Festival di Genova 2004, costringendo gli organizzatori ad effettuare due proiezioni consecutive per soddisfare l’affluenza di pubblico. Le mani raccontano è il ritratto video delle donne lavoratrici che vissero la loro gioventù fra guerra, Resistenza, Liberazione e la Costituente Repubblicana.

Filmografia

La rocca di Gibilterra (cortometraggio, 1968); Mussolini (cortometraggio, 1968); Il processo alla tappa (cortometraggio, 1968); Tempo d’esami (cortometraggio, 1968); Il libro bianco: caso Siniawskij-Daniel (mediometraggio, 1969); Gli ultimi giorni di Mussolini (mediometraggio, 1969); La puttananna (sceneggiatura ispirata a La Nanna, di Pietro Aretino, 1969); Poeta bambino (cortometraggio, 1969); Autunno sindacale (mediometraggio, 1969); Impariamo ad imparare (mediometraggio, 1969); I sofisti (mediometraggio, 1970); Elio Vittorini (mediometraggio, 1970); Cesare Pavese (mediometraggio, 1970); Corrado Alvaro (mediometraggio, 1970); Franco Fortini (mediometraggio, 1970); Niente meno di più (mediometraggio, 1970); Riforma sanitaria (mediometraggio, 1972); Scuola e famiglia (mediometraggio, 1973); La comunità terapeutica di Arezzo (sceneggiatura, 1973); Romasauro (documentario, 1973); Pescara Jazz (documentario, 1973); Del Greco, pittore (documentario, 1973); Carnemolla, pittore (documentario, 1973); Giotto: Firenze e Assisi (programma TV, 1974); Cosmè Tura (programma TV, 1974); Ferrara: l’urbanistica rinascimentale (programma TV, 1974); Vasco Pratolini (programma TV, 1974); Taranto (programma TV, 1974); Matera (programma TV, 1974); Cassino (programma TV, 1974); Garofano Rosso (1975); Notte mediterranea (sceneggiatura, 1976); Giorgio Amendola: Una scelta di vita (programma TV, 1977); Il comportamento dei bambini (programma TV, 1977); Un autore, una città: Moravia e Roma, Volponi e Urbino, Bernari e Napoli, Testori e Milano, Bassani e Ferrara, Bevilacqua e Parma (programma TV, 1978); Storie allo specchio (programma TV, 1978-1980); Nella città perduta di Sarzana (programma TV, 1979); La nuvola in pantaloni (programma TV, 1980); La Repubblica (programma TV, 1980); Corriere della Sera (programma TV, 1980) Banco, dal vivo (mediometraggio, 1980); Le donne nelle professioni (programma TV, 1981); Sassalbo provincia di Sidney (programma TV, 1981); Prova di voce (programma TV, 1982); L’Amiata è anche un fiume (programma TV, 1983); Immaginando cinema (programma TV, 1984); Poveri a Roma (programma TV, 1984); Sabato ventiquattro maggio (film collettivo, 1984); Addio a Berlinguer (film collettivo, 1984); Inganni (1985); Fontana di Perugina – Duomo di Orvieto – Burri a Città di Castello (programma TV, 1985); Jlia Prigogine (programma TV, 1986); C’era una volta gente appassionata: viaggio nella Resistenza toscana (programma TV, 1986); Donna d’ombra (1988); Villa Glori, viaggio nelle risposte possibili all’AIDS (programma, 1989); Ladro di Voci (Casal del Marmo) (1990); Notte di stelle (1991); Canto per il sangue dimenticato (documentario, 1997); Giamaica (1998); Sguardi (cortometraggio, 2000); Andrea, dicci chi sei (mediometraggio, 2003); Le mani raccontano (mediometraggio, 2006); Il pane della memoria (mediometraggio, 2007); Storia di una donna amata e di un assassino gentile (2009).

Storia di una donna amata e di un assassino gentile

Regia: Luigi M. Faccini – Montaggio: Sara Bonatti – Musica: Oliviero Lacagnina, Riccardo Joshua Moretti – Produzione: Bubul & Co. per Ippogrifo Liguria.

Italia, 2009, Digitale col., 218′

Ecco in estrema sintesi ciò che ritengo l’essenza profonda di questo film: “il tempo”. Ossia l’intreccio filmico tra i tempi della vita: passato, presente, futuro. Infatti: il passato qui non è archeologia, è storia. La storia non è altrove, lontana è qui ancora viva, pulsante, più che mai necessitante di un’interrogazione. Il presente è sempre attimo che non si ferma, presenza o assenza, attività, ma anche contemplazione, stupefazione, tempo che si scolpisce. Il futuro, infine, è ora in un presente carico del passato che progetta, agisce, interloquisce.

Da qui la visione integrale è necessaria, pur essendo il film diviso in sette capitoli. Il ritratto di Marina Piperno non è puramente cronologico, né rettilineo. È anche ritorno alla Storia, la sua e quella di tutti, con cui “duellare”. È un ritratto di figura sensibile e pratica, determinata e poetica, con un volto che esprime la naturalezza del quotidiano, i silenzi contemplativi, la profondità del dolore. È un ritratto in divenire, indefinito con le sue zone d’ombra, con le sue ferite, con le sue proiezioni di felicità. Il film è un atto d’amore di Luigi Faccini (assassino, ma al fondo gentile) a Marina Piperno. Un grande atto d’amore in sé (per averlo voluto, progettato e realizzato) e nei suoi risultati. L’atto d’amore è nell’aver dato tutto lo spazio possibile a Marina, perché la storia non si contraesse, lasciando che il film e la figura della protagonista potessero emergere con i loro tempi, chiedendo a noi spettatori (altri) di metterci a fianco, di accompagnare il film anche nei momenti apparentemente più lenti. L’atto d’amore è, infine, una scelta stilistica e poetica di regia, di Faccini.

Infatti, se è vero che il film è un dono di Faccini alla donna amata e a noi spettatori, è anche vero che accanto a Marina Piperno c’è l’ombra dell’assassino gentile: la sua voce diretta e autorevole che partecipa o domanda o s’inserisce, ma soprattutto vive con l’occhio della videocamera. Ed infatti in questo ritratto (o ritratti) c’è cinema. Prendiamo gli inserti di vita quotidiana con i suoi “animaletti”: il riccio, la cavalletta, il grillo, la lumaca, la farfalla. Sequenze splendide per le inquadrature in primissimo piano, che pienamente rilevano la loro fisicità nei dettagli più nascosti, per le parole che esprimono talvolta l’incanto che la visione ravvicinata suscita (“Guarda se non ha sembianze umane.. Sembra un acrobata…”), per la presenza libera e incontrollata con cui i cani giocano o interagiscono. Non è semplicemente la bellezza degli attimi, è la bellezza di attimi creati, selezionati e scolpiti. Prendiamo il materiale d’archivio, foto e filmati, utilizzati per intrecciare la vicenda della famiglia Piperno, ebrea, che dovrà, di fronte alle leggi razziali e ai rastrellamenti di fascisti e di nazisti scappare, fuggire…. Bastano le voci, per certi versi, terrificanti di Mussolini e di Hitler, le immagini di una folla che con queste si fonde, un montaggio ben calibrato per introdurci in quel clima di paranoico fanatismo e di crudeltà claustrofobica, troppe volte intravista per non correre il rischio della banalizzazione.

Anche per questo la visita ad Auschwitz diventa fondamentale: come cerniera tra un ieri che sempre ritorna in chi, da bambina, l’ha comunque vissuto, e l’oggi in cui le ombre lunghe del razzismo leghista questa atmosfera suggeriscono e che le parole nette scritte da Giorgio Bocca e lette da Marina Piperno benissimo esprimono. Faccini riesce a fondere il dolore muto del volto di Marina in sovrimpressione con i binari del treno che arrivano alla porta di Auschwitz, con il filo spinato, con le foto di uomini e bambini denudati di tutto, con i poveri oggetti rimasti. Tutto senza pietismi in una giornata azzurra di luce ed in una Cracovia percorsa da un turismo sobrio, con una fisarmonica trascinante ed un faccia a faccia dei due protagonisti, che si interrogano, scavano o cercano di scavare su cosa sia oggi la Shoah, la Memoria personale e quella collettiva.

Prendiamo infine le musiche di Oliviero Lacagnina e Riccardo Joshua Moretti, soprattutto ascoltiamo il bellissimo motivo dominante, che percorre il film nei suoi snodi principali, con la sua inquietante e malinconica mobilità.

Giusto, infine, che il futuro sia un film da fare, un film su Rudolf Jacobs, un tedesco, un tedesco partigiano, che combatté e morì per una scelta coraggiosa, la resistenza contro il nazi-fascismo. Una figura giovane, aperta, nobile, protesa verso… Giusta questa scelta, che scopre un set, il fiume Magra “ perfetto…da riprendere dall’alto in basso per evitare la presenza di macchine”…, che scopre la difficoltà di reperire fondi, che scopre, per caso, l’attore, Carlo Prussiani, d’una bellezza espressiva che bene si imparenta con la foto di Rudolf Jacobs. Giusta scelta, che chiude il film lasciandolo aperto, aperto ad un impegno, un impegno creativo, un impegno civile.

Gianni Quilici, L’amata l’assassino. Malizia e innocenza del cinema di Luigi Faccini

Marina Piperno

Non ringrazieremo mai abbastanza Marina Piperno per quello che ha fatto a vantaggio del cinema italiano…

Mino Argentieri, critico cinematografico

Marina, c’è qualcosa di assolutamente rilevante nella tua persona: l’intraprendenza, e, oserei dire, la tua protervia nel voler esistere, ma al livello della più alta dignità creativa…

Arnaldo Bagnasco, sceneggiatore

Ti ricordo, eccome, lottare perché ogni cosa, piccola o grande, fosse risolta nel migliore dei modi. E quando dico lottare dico lottare, non in modo metaforico ma concreto. E ti ricorderai, spero, qualche cazzottatura verbale tra noi due, ginnastica raccomandabile per una leale salute dei rapporti…

Fernando Birri, regista

Dopo una precoce ed intensa stagione da giornalista per Il Paese di Roma, diretto da Tommaso Smith, partendo dagli sport invernali per arrivare alle cronache cinematografiche e finire ai reportage sulla povertà delle periferie urbane, sceglie il cinema, nel ruolo di produttore, complice una lunga permanenza a New York e studi di regia televisiva. Esordisce con il documentario 16 ottobre 1943 (1961) sulla razzia del ghetto di Roma, dal testo di Giacomo De Benedetti e la regia di Ansano Giannarelli, quando sullo sterminio ebraico era scesa l’ombra della rimozione. Il cortometraggio è di forte impatto e ottiene un grande successo. Nel 1962 fonda la REIAC Film con Giannarelli e Piero Nelli, diventandone amministratore unico. Prima donna italiana a misurarsi con una professione totalmente maschile, dopo i Nastri d’Argento per il mediometraggio Diario di bordo (1967) e per il complesso della sua attività documentaristica (1968), inizia a produrre fiction, sia per il grande schermo che per la Rai, pur mantenendo viva la sua attenzione nei confronti dei temi sociali e politici che fin dall’inizio hanno caratterizzato le sue scelte. Tipico, in questo senso, è il mediometraggio Labanta negro di Piero Nelli che fu proiettato all’ONU quale prova contro le atrocità commesse del colonialismo portoghese in Guinea Bissau, come il documentarismo dedicato ai movimenti di rivolta e di liberazione che fiorirono nel mondo e che accelerarono la decolonizzazione, quando non la provocarono. Negli anni ’60 la produzione della REIAC Film è completamente autofinanziata, poiché il settore documentaristico ha una sola possibilità di recupero dei costi sostenuti attraverso i “premi di qualità” assegnati dal Ministero dello Spettacolo e nella misura di dieci all’anno per i cortometraggi migliori. La REIAC Film li vince quasi sempre, ma ciò non basta a finanziare nuova produzione e a coprire i costi di gestione della struttura societaria. È per questa ragione che il gruppo promotore della REIAC Film decide di avviare una linea produttiva di cinema industriale. Nascono rapporti con la FIAT, con le Ferrovie dello Stato, ENI. Anche in questo settore la REIAC Film consegue riconoscimenti e diventa l’interlocutore audiovisuale di molte aziende importanti. Viene fondata, all’uopo, la Publireiac, con sede a Milano e soci milanesi, che opererà prevalentemente nel settore pubblicitario, producendo “caroselli” per Upim, Facis, Credito Italiano, Splügenbräu, Balestra, Perugina. Alla fine degli anni ’60 viene presa la decisione di perfezionare l’attività audiovisuale della REIAC Film. Nascono la SAV (Società Audiovisivi) e la IRTAV (Istituto di ricerche sulle tecnologie audiovisive), provviste di un comitato scientifico di grande qualificazione. Maturano intanto i rapporti con la Rai della quale la REIAC Film diventa, tra i primi e per molti anni, un partner progettuale ed esecutivo. Dall’intensa collaborazione con la Rai nacquero cicli, inchieste, documentari (sociologici e scientifici), telefilm sperimentali, fiction. Nel dicembre del 1982 fonda la MP srl con la quale produce i film di Luigi Faccini. Tra gli oltre duecento “pezzi” che ha firmato, Marina Piperno ama ricordare: Il bianco e il nero (1966), L’asfalto nella giungla (1966), Noi siamo l’Africa (1966), Dakar è una metropoli (1966), Diario di bordo (1967), Sierra Maestra (1968), Non ho tempo (1971), Immagini vive di Ansano Giannarelli (1974); e la serie Gli uomini della scienza che lo stesso Giannarelli aveva ideato e coordinato, riservandosi la regia di Monge (1977); La traversata di Giuseppe Bellecca (1969); L’Alessandro nelle Indie di Vittorio Sermonti (1970); I vent’anni di tre generazioni di Bellecca e Murgia (1977); Rocco Scotellaro di Maurizio Scaparro (1977); Il Fratello di Massimo Mida (1974); I Cinegiornali della Pace (1962) e La Veritàaaa (1982) di Cesare Zavattini.

Il richiamo (1992) di Claudio Bondì; Sassalbo provincia di Sidney (1982), L’Amiata è anche un fiume (1983), Immaginando cinema (1984), Inganni (1985), C’era una volta gente appassionata (1985), Donna d’ombra (1988), Notte di stelle (1991), Canto per il sangue dimenticato (1997), Giamaica (1998) e Andrea, dicci chi sei (2003), Le mani raccontano (2006), Il pane della memoria (2008) di Luigi Faccini. Produttore indipendente, che ha praticato da sempre la strada dei “prototipi”, Marina Piperno sostiene che solo la specificità nazionale del nostro cinema è garanzia della sua vitalità. Nel 1999 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo Sono una ragazza che si arrangia, Ed. Cinque Terre. Nel 2002 il Club degli amici del cinema (Genova) ha dedicato una retrospettiva alla sua produzione cinematografica, dopo il corso che Giampaolo Bernagozzi e il DAMS dedicarono, nel 1978, all’esperienza produttiva della REIAC Film. È membro del Comitato Scientifico dell’associazione culturale E.L.M. Europa Liguria Mediterraneo, fondata dalla parlamentare europea Marta Vincenzi, ora diventata anche Sindaco di Genova. È stata docente del Master in Management per lo Spettacolo presso l’Accademia d’arti e mestieri dello Spettacolo, Teatro della Scala. Attualmente ricopre la carica di Presidente dell’associazione culturale Ippogrifo Liguria, che organizza convegni di vasta risonanza (La Storia come identità, La democrazia è figlia della Resistenza) ed eventi come Gente di Strada, “un riconoscimento a chi si batte contro l’esclusione”, assegnato a don Andrea Gallo nel 2003, a Nevè Shalom-Wahat as Salam nel 2004, oltre a produrre video ed esplicare una consistente attività editoriale attraverso la collana I libri dell’Ippogrifo.

Luigi M. Faccini

Autore di contenuti alti, raffinato nelle scelte stilistiche, Luigi Faccini è portatore di un cinema libero, esigente, scomodo. Lottatore dallo sguardo partecipe, scandaloso e poetico, ha mutuato dalla sua gente, i tenacissimi liguri di levante, la necessità del viaggio: come fatica e avventura, come scoperta ed esilio, come congedo e ritorno. Per sviluppare il suo discorso etico ed estetico, unico in Italia, ha utilizzato i più diversi mezzi tecnici e linguistici, dalla pellicola al nastro, dalla pittura alla fotografia, fino alla scrittura letteraria…

Antonio Medici, critico cinematografico

Faccini non cerca il successo, né vuole piegarsi alle richieste della produzione corrente. Ma mentre per tutti c’è un momento di assorbimento da parte del sistema, in lui c’è un progressivo bisogno di chiarire, in senso radicale, la diversità della propria idea di cinema. Anzi, sono proprio le sue prime opere ad intensificare la sua meditazione e gli indicano le strade da percorrere: quelle della ricerca antropologica e quelle di un cinema di finzione più legato al vissuto individuale, al bisogno di possedere una realtà interiore sfuggente…

Giampiero Brunetta, storico del cinema

Luigi Faccini nasce a Lerici. Condotto a Roma bambino, si forma in questa città, laureandosi in Economia e Commercio. Si accosta al cinema come critico e scrive per Filmcritica e Nuovi Argomenti. Fonda Cinema&Film, con Aprà, Ponzi, Anchisi, Albano, Martelli, Rispoli e Roncoroni, rivista che, nel 1966, introduce in Italia la semiologia e lo strutturalismo applicati allo studio del film. Pubblicata da Garzanti, aveva quali interlocutori prediletti Pier Paolo Pasolini e Roland Barthes, ma anche Christian Metz e i formalisti russi. Tra i molti influssi: i Cahiers du cinema e Positif, Hollywood e l’underground americano. Dopo una rapida gavetta televisiva, esordisce nella fiction con Il libro bianco (1969), sul “caso Siniawkij-Daniel”, un mediometraggio che ha Giulio Brogi quale protagonista. Il suo primo lungometraggio è Niente meno di più (1970), per gli “Sperimentali” della Rai. Dopo una parentesi nel giornalismo d’assalto (TV-7 e A-Z, un fatto come e perché), è, per due anni, video-ricercatore nell’ospedale psichiatrico di Arezzo, diretto dal basagliano Agostino Pirella (1972-74). Questa esperienza “di ascolto e investigazione”, risulterà profondamente formativa, “madre”, dodici anni dopo, di Inganni, il film ispirato alla vita manicomiale del poeta Dino Campana. Nel 1973 fonda la Filmcoop, una cooperativa di lavoro il cui scopo è garantire la libertà creativa dei suoi soci, tra i quali figurano Gianfranco Albano e, inizialmente, Peter Del Monte e Stefano Roncoroni. Nell’ambito della Lega partecipa alla costituzione del Consorzio Nazionale Cooperative Cinematografiche, del quale diventa il primo Presidente. Nell’estate del 1975, a Siracusa, gira Garofano rosso, da Il garofano rosso di Elio Vittorini, film d’esordio di Miguel Bosè e primo film italiano ad avvalersi di una colonna sonora rock, ad opera del Banco del Mutuo Soccorso. Durante le riprese di Una scelta di vita, nel 1977, accompagnando Giorgio Amendola nel rione Stella, a Napoli, e successivamente a Capri, potrebbe incontrare Marina Piperno, come lui invitata ad Ischia per il premio Rizzoli. È il 2 maggio. Ma nessuno li presenta, nonostante una collaborazione tra REIAC Film e Filmcoop fosse già da tempo concordata. Quella sera a vincere è Un cuore semplice di Giorgio Ferrara, tratto da Flaubert e sceneggiato da Cesare Zavattini. A produrlo era stata la Filmcoop. Un mese più tardi, negli uffici della REIAC Film, prende l’abbrivio il sodalizio affettivo e professionale con Marina Piperno. Del 1978 è Un autore una città, un “viaggio in Italia” in compagnia di Moravia, Testori, Bernari, Volponi, Bassani e Bevilacqua. Ognuno nella propria città: Roma, Milano, Napoli, Urbino, Ferrara e Parma. Nell’estate del 1979, dopo una lunga gestazione burocratica e finanziaria, gira, per Rai 2, il film Nella città perduta di Sarzana, sui fatti del 21 luglio 1921. Nel corso del 1980 dirige La nuvola in pantaloni, un programma sui ‘formalisti russi’ a cura di Alberto Asor Rosa e segue un tour del Banco del Mutuo Soccorso, registrandoli dal vivo. Lo special Banco viene acquistato e trasmesso da Rai 3. Proseguiva intanto, basata su storie ‘vere’, la serie tv Storie allo specchio, durata tre anni, dal 1978 al 1980.Come su persone reali sono imperniati i mediometraggi realizzati tra il 1982 e il 1984: Sassalbo provincia di Sidney, L’Amiata è anche un fiume e Immaginando cinema, che nel 1988, ad Avellino, gli valgono il Premio Giampaolo Bernagozzi per il cinema antropologico e di ricerca. Intanto, nel dicembre del 1982, con Marina Piperno fonda la MP srl, che da quel momento produrrà tutti i suoi film. Del 1989-90 sono: Villa Glori, viaggio nelle risposte possibili all’AIDS e Casal del Marmo, l’intelligenza reclusa. Inganni, ispirato alle vicende del poeta Dino Campana, è del 1985. Con questo film si compie, dodici anni dopo, l’esperienza di video-ricercatore presso l’Ospedale psichiatrico di Arezzo.

Fra il 1985 e il 1986 gira C’era una volta gente appassionata, un viaggio nella Resistenza toscana, programma commissionato dalla sede regionale Toscana della Rai, che “salva” le testimonianze degli ultimi protagonisti e ricostruisce il tempo che sfociò nella Costituzione repubblicana. Dalla fine del 1986, a tutto il 1987, dirige, a Sarzana, per la regione Liguria, un laboratorio antropologico-teatrale che, a partire dall’analisi dei racconti di Cechov, sfocia in uno spettacolo, con musica ‘live’, intitolato Prova di voce. In scena vanno una trentina di allievi. Donna d’ombra, primo film italiano ambientato nel mondo della “modern dance”, che si avvale delle coreografie di Elsa Di Laudadio Piperno, “lancia” l’attrice teatrale Anna Bonaiuto. Nel 1990, dopo l’esperienza nel carcere minorile di Roma, organizza un laboratorio cinematografico in un ‘centro sociale’ di Tor Bellamonaca, un quartiere di recentissima costruzione che aveva raccolto tutte le marginalità romane, oltre il Grande Raccordo Anulare. Con i ragazzi che lo frequentano prepara e gira Notte di stelle, film dedicato ai ragazzi delle periferie invisibili. Tra il 1993 e il 1996 si ritira in Alta Maremma, sul versante grossetano dell’Amiata, dove scrive il romanzo La baia della torre che vola (TraccEdizioni): saga di una famiglia marinara del levante ligure, tra istanze egualitarie e miti resistenziali, ricerca di radici e ricognizione sulla Storia e sulle ideologie. Nel 1997 gira il lungometraggio documentario Canto per il sangue dimenticato, sulla strage degli 83 minatori della Niccioleta (Grosseto), compiuta da fascisti agli ordini dei tedeschi in ritirata tra il 13 e il 14 giugno del 1944. Tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 gira Giamaica, incursione nell’immaginario separato dei giovani delle periferie, dentro una città notturna, graffita e violenta, che potrebbe essere Sao Paulo, Los Angeles o, chissà, Roma. I protagonisti sono, in gran parte, gli stessi di Notte di stelle, ai quali lo legava la promessa di ricordare per sempre Auro B., un loro amico ucciso e bruciato da assassini rimasti sconosciuti. Nel 1999 il Museo del Cinema di Torino e la Casa della Cultura di Milano gli dedicano, a breve distanza l’una dall’altra, una retrospettiva. Tesi di laurea vengono assegnate dalle università di Bologna, Pisa, Roma, Firenze. Del 2000 è la grande retrospettiva del Tagliacozzo Film Festival, che mostra sedici dei suoi titoli, tra fiction, ricerca ed ibridi. In quell’occasione presenta il suo secondo libro, un romanzo in forma di racconti, Il castello dei due mari (Ed. Mesogea). In quello stesso anno, per ragioni famigliari, fa il suo rientro a Lerici. È l’occasione per fondare Ippogrifo Liguria, un’associazione culturale di cui è Presidente Marina Piperno, le cui finalità sono la ricerca antropologica e storica, la raccolta di testimonianze orali sia del mondo contadino che di quello operaio, e l’organizzazione di eventi culturali, tra i quali Gente di strada, un riconoscimento a chi si batte contro l’esclusione, di cui è il Direttore etico-artistico. Nel territorio in cui è nato intensifica la propria attività letteraria, senza dimenticare le immagini. Gira Sguardi, un cortometreaggio dedicato ad Emilio Bertonati, artista, gallerista e collezionista, morto suicida, che aveva riscattato dall’oblio la pittura della Nuova Oggettività tedesca. Fotografa le tombe massoniche, laiche e religiose dei cimiteri di Lerici, Sarzana, Pontremoli, e, nel 2001 pubblica C’era una volta un angelo di nome Willy (De Ferrari editore), un exursus fotografico, storico e letterario, che salva il cimitero ottocentesco di Lerici dalla destinazione a parcheggio multipiano. In concomitanza con la pubblicazione del libro e la mostra delle fotografie che si tiene nel castello S. Giorgio, in Lerici, il FAI inserisce il “cimitero vecchio” nell’itinerario delle sue scoperte. Del 2002 è la pubblicazione di Un poliziotto perbene (I libri dell’Ippogrifo), romanzo storico che pone al centro del suo racconto l’Ispettore Generale di P.S. Vincenzo Trani, Questore di Roma, inviato dal governo a pacificare la Lunigiana dopo i fatti del 21 luglio 1921. Un’inchiesta esemplare che diventa un giallo politico. Il volume viene presentato nell’ambito di un convegno di studi che riunisce storici del calibro di Nicola Tranfaglia, Emilio Gentile, Paolo Pezzino, Gianfranco Petrillo, Eros Francescangeli ed altri. Nel 2003 viene presentato il libro degli atti. Porta il titolo del convegno: La Storia come identità. Del 2004 è il romanzo storico L’uomo che nacque morendo (I libri dell’Ippogrifo), ispirato alla vicenda di Rudolf Jacobs, il Capitano della Marina Militare tedesca che passò alla Resistenza lunigiana nel settembre del 1944, ma anche ai partigiani disarmati che con la loro attività, capillare, segreta, consentirono ai partigiani armati di sopravvivere e contribuire alla liberazione del nostro paese. Il libro è dedicato “ai piccoli maestri dell’Europa a venire”. L’affabulazione Disubbidire a Hitler, con le musiche di Livio Bernardini, Egildo Simeone e Alessio Ambrosi, accompagna le presentazioni del libro. Trafficanti di sogni è un libro che condensa un acceso dibattito sulla solidarietà svoltosi nel maggio del 2003, durante la prima edizione di Gente di strada, quando don Andrea Gallo, coordinatore della Comunità di San Benedetto, ricevette la Targa d’Argento destinata al vincitore. In quella occasione era stato proiettato in pubblico Andrea, dicci chi sei, il “ritratto video” che Faccini gli aveva riservato. Questo film, della durata di un’ora, girato in DVCam, ha aperto il Missing Film Festival di Genova 2004, costringendo gli organizzatori ad effettuare due proiezioni consecutive per soddisfare l’affluenza di pubblico. Le mani raccontano è il ritratto video delle donne lavoratrici che vissero la loro gioventù fra guerra, Resistenza, Liberazione e la Costituente Repubblicana.

Filmografia

La rocca di Gibilterra (cortometraggio, 1968); Mussolini (cortometraggio, 1968); Il processo alla tappa (cortometraggio, 1968); Tempo d’esami (cortometraggio, 1968); Il libro bianco: caso Siniawskij-Daniel (mediometraggio, 1969); Gli ultimi giorni di Mussolini (mediometraggio, 1969); La puttananna (sceneggiatura ispirata a La Nanna, di Pietro Aretino, 1969); Poeta bambino (cortometraggio, 1969); Autunno sindacale (mediometraggio, 1969); Impariamo ad imparare (mediometraggio, 1969); I sofisti (mediometraggio, 1970); Elio Vittorini (mediometraggio, 1970); Cesare Pavese (mediometraggio, 1970); Corrado Alvaro (mediometraggio, 1970); Franco Fortini (mediometraggio, 1970); Niente meno di più (mediometraggio, 1970); Riforma sanitaria (mediometraggio, 1972); Scuola e famiglia (mediometraggio, 1973); La comunità terapeutica di Arezzo (sceneggiatura, 1973); Romasauro (documentario, 1973); Pescara Jazz (documentario, 1973); Del Greco, pittore (documentario, 1973); Carnemolla, pittore (documentario, 1973); Giotto: Firenze e Assisi (programma TV, 1974); Cosmè Tura (programma TV, 1974); Ferrara: l’urbanistica rinascimentale (programma TV, 1974); Vasco Pratolini (programma TV, 1974); Taranto (programma TV, 1974); Matera (programma TV, 1974); Cassino (programma TV, 1974); Garofano Rosso (1975); Notte mediterranea (sceneggiatura, 1976); Giorgio Amendola: Una scelta di vita (programma TV, 1977); Il comportamento dei bambini (programma TV, 1977); Un autore, una città: Moravia e Roma, Volponi e Urbino, Bernari e Napoli, Testori e Milano, Bassani e Ferrara, Bevilacqua e Parma (programma TV, 1978); Storie allo specchio (programma TV, 1978-1980); Nella città perduta di Sarzana (programma TV, 1979); La nuvola in pantaloni (programma TV, 1980); La Repubblica (programma TV, 1980); Corriere della Sera (programma TV, 1980) Banco, dal vivo (mediometraggio, 1980); Le donne nelle professioni (programma TV, 1981); Sassalbo provincia di Sidney (programma TV, 1981); Prova di voce (programma TV, 1982); L’Amiata è anche un fiume (programma TV, 1983); Immaginando cinema (programma TV, 1984); Poveri a Roma (programma TV, 1984); Sabato ventiquattro maggio (film collettivo, 1984); Addio a Berlinguer (film collettivo, 1984); Inganni (1985); Fontana di Perugina – Duomo di Orvieto – Burri a Città di Castello (programma TV, 1985); Jlia Prigogine (programma TV, 1986); C’era una volta gente appassionata: viaggio nella Resistenza toscana (programma TV, 1986); Donna d’ombra (1988); Villa Glori, viaggio nelle risposte possibili all’AIDS (programma, 1989); Ladro di Voci (Casal del Marmo) (1990); Notte di stelle (1991); Canto per il sangue dimenticato (documentario, 1997); Giamaica (1998); Sguardi (cortometraggio, 2000); Andrea, dicci chi sei (mediometraggio, 2003); Le mani raccontano (mediometraggio, 2006); Il pane della memoria (mediometraggio, 2007); Storia di una donna amata e di un assassino gentile (2009).