Der letzte Eremit / L’ultimo eremita (2009)

Der letzte Eremit / L’ultimo eremita (2009)

Regia, sceneggiatura e montaggio: Juliane Blothner
Fotografia: Max Tsui
Musica: Stewart Hill
Interpreti: Andreas Nickl, Daniela Schulz, Adolfo Assor
Produzione: Kunsthochschule für Medien
Germania, 2009, Beta SP col., 23′
Sottotitoli italiano – inglese
Sabato 6

La nobiltà britannica è sempre stata famosa per la sua eccentricità. Alla fine del diciottesimo secolo alcuni gentlemen erano soliti assumere un anacoreta professionale che vivesse nei loro giardini come una sorta di elemento decorativo. Richard è l’ultimo discendente di una nobile famiglia decaduta. L’unica cosa rimasta della sua famiglia e della sua eredità è Jeremy, il suo “eremita ornamentale”. Questi eremiti sono soliti abitare piccoli appartamenti come un biotopo, che li protegge dal moderno mondo esterno che minaccia la loro fragile esistenza. Il sodalizio fra Richard e Jeremy è fortemente minacciato quando conoscono Lavinia, la ragazza carina della porta accanto, una giovane studentessa di arte, che si batte per l’accesso alla conoscenza.

Juliane Blothner

È nata a Bergisch-Gladbach nel 1982. Ha studiato all’Academy of Media Arts di Colonia dal 2003 fino al 2008, poi ha inziato la sua carriera nello show business.

Filmografia

Suha (cortometraggio, 2004); My Manu Mahagony (cortometraggio, 2005); Der Wohnling/The Homeling (cortometraggio, 2006); Anchor People (Lacrimose) (cortometraggio, 2008); Der letzte Eremit/The last Hermit (cortometraggio, 2009).

QUESTA POESIA NON E NEL FILM, MA CI È SEMBRATA APPROPRIATA

L’eremita ornamentale


Non proprio ornamentale, una figura bianca
intravista forse dal viale, dentro il bosco di faggi,
mentre vi dirigevate alla casa,
così ferma da poter sembrare una lunga striscia
di sole sulla corteccia, benché abbiate sentito su di voi,
se non esattamente gli occhi, i suoi pensieri.

Quasi nessuno l’ha visto da vicino. Il cuoco,
tra i pochi, ha detto che indossava una tunica informe
di tessuto grezzo e che sembrava un uomo in un sacco,
e un ospite che si è trovato faccia a faccia
con un individuo forse in camicia da notte
l’ha immaginato un pazzo, o un sonnambulo.

Non riuscivano a mettersi d’accordo sull’età. Il valletto
che ha lasciato cacciagione in gelatina e patate di ieri
accanto alla sua grotta nel banco di sabbia al mattino
ha riferito, dopo lunga pausa, che il tipo gli è parso
portare gli occhiali, ma stava nell’ombra
chino sulla sua Bibbia. Non si sono parlati.

Era un innamorato che ha rinunciato al mondo
o forse gli avevano promesso mille sterline
se resisteva sette anni nella caverna
scucchiaiata apposta per lui, levandosi all’alba
meditando il giorno intero sulla clessidra,
la sera poi pregando o leggendo al lume di candela.

Gli eremiti erano certo di gran moda ma questo
non poteva essere stato messo lì come ornamento
per le feste della casa. Alcuni ospiti sono arrivati
a dubitare della sua esistenza, oppure a dire
che da un pezzo aveva saltato il muro, abbandonando
già i suoi attrezzi nel buco che lento si riempiva.

Ma il fatto è questo. A volte un uomo deve
afferrare il luogo in cui vive. Più non gli basta
giacere la notte sotto il suo tetto e sentire
la pioggia asciutta, e possedere tutti quegli acri
di buio e di terra, senza qualcuno che li ascolti,
che vi si aggiri. Per questo l’ho pagato.

Matthew Francis

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