Une Passeuse

Regia e soggetto: Claire Ruppli – Montaggio: LolAm.
Francia, 2008, DV col., 55’

Claire Ruppli è un’attrice di teatro che ha scoperto e amato il cinema poco per volta, il Festival del Cinema delle Donne di Créteil, in questo senso, le è stato fatale… Il suo film è un ritratto di Jackie Buet creatrice, insieme a Elisabeth Trehard, del Festival di Créteil giunto alla sua trentesima edizione. […] Il mio primo interesse era incontrare la donna che nel 1978, con l’entusiasmo di una principiante, aveva avuto l’idea di creare questo Festival e che oggi, a trent’anni di distanza, mantiene la stessa curiosità sulla vita e sul cinema. Avevo bisogno di testimoniare come questa donna avesse aiutato ad arrivare e accolto in Francia molte donne, registe, attrici, produttrici venute da tutte le parti del mondo, spesso da paesi con situazioni politiche e sociali difficili. […] Aprire un confronto generazionale e cercare una possibilità di trasmissione… Oggi Jackie ha 60 anni e io 40: cosa è successo nell’arte, nella politica, nella poesia in questo scarto di 20 anni? […]
(Claire Ruppli)

Biografia dell’autrice
Fra il 1983 e il 1989 Claire Ruppli ha frequentato l’Ecole International Jacques Lecoq e l’ENSATT di Parigi. Attrice teatrale, è anche autrice di novelle, di pièce radiofoniche e opere per ragazzi, sceneggiatrice di alcuni cortometraggi. Une passeuse è il suo primo film documentario. Attualmente sta lavorando alla scrittura di una pièce teatrale.

Nota dell’autrice
Come filmare?
Con in mano la mia macchina da presa come fosse una matita comincio a intrattenermi con Jackie Buet. Prendo appunti nella nostre discussioni senza sapere cosa ne farò. Scopro una donna cinegenica, colta, appassionata e appassionante. Come per un lavoro d’archivio accumulo ne nostre riflessioni, per grandi linee all’inizio poi in modo sempre più affinato e approfondito. La struttura leggera che adopero, la mia camera a mano, seguendo il flusso del dialogo, si fa quasi dimenticare e lascia libero corso alla riflessione in atto. È a posteriori, quando aiuto Jackie a ripercorre il suo itinerario – cosa l’ha spinta a creare il festival, rispetto all’analisi dei film realizzati dalla donne, rispetto ai cambiamenti avvenuti nel tempo, ai mutamenti dell’ambiente politico – che si delineano i binari su cui il film dovrà scorrere. Il mio obiettivo è riuscire a dare un’idea precisa del punto di vista di Jackie Buet sulla sua “impresa”. Il documentario si farà e si racconterà al tempo stesso. Presto tra noi si istaura un rapporto di complicità, le nostre conversazioni e le riprese durano almeno due ore e questo permette il libero corso della parola. La conversazione diviene un esercizio di stile con pochi vincoli: non perdere l’immediatezza, anche a proposito di avvenimenti di trent’anni fa e rispettare le necessità del mezzo tecnico.
Filmare Jackie Buet è rendere la sua personalità per immagini, esprimere ciò che di lei sfugge, catturare gesti, reazioni, il suo modo di parlare oltre quello che racconta in equilibrio tra prossimità e discrezione. Devo trovare una forma sensibile per analizzare la sua presenza sullo schermo. Seguo la mia intuizione alternando dettagli, primi piani e piani allargati. Parto dall’immediatamente visibile per cercare di cogliere la globalità della persona filmata. Al pensiero di Jackie Buet sovrappongo inserti che rappresentano momenti di festival passati o immagini d’archivio delle autrici o altre cose suggerite dal dialogo.

Perché questo ritratto?
Di certo per scoprire questa donna attraverso la sua opera, in azione e riflessione costante, mettendo in parallelo festival precedenti e prossimi, esplorando il tempo che trascorre tra gli uni e gli altri, tra desiderio e utopia, tra ieri e domani: dunque il presente. Scopro una donna pronta a cambiare, a mettere in discussione le sue convinzioni giorno per giorno: una donna del suo tempo. Per me si tratta di vivere l’esperienza del “film di donne”: creare, in quanto donna, un film su una donna con tutto il processo di realizzazione del progetto tanto tecnicamente che artisticamente. Occorre trovare la forma corrispondente al ritmo della conversazione in azione mescolando linguaggio e pensiero praticando la mise en abime. Seguire il filo conduttore dell’incontro con le sue rotture, i suoi rilanci, le sospensioni, i flash di memoria. Il tutto deve divenire immagine.

La scrittura documentaria di un ritratto
La scrittura nasce dall’ordine delle immagini che seguono il percorso della mia inchiesta che rende conto della personalità che ritraggo.
Si è trattato di costruire una sceneggiatura che traducesse al meglio il mio incontro con Jackie Buet personaggio pubblico, fondatrice di un evento che si scrive nel tempo. Seguendo il suo modo di narrare metto in parallelo presente passato a avvenire di una donna in movimento tra bilancio e proiezione, tra azione e pensiero. Così scelgo le immagini: Jackie nel suo ufficio e in scena, i luoghi del festival vuoti e le sale piene durante l’attività del festival, riunioni preparatorie dell’equipe e riunioni durante il festival, infondo la stessa tecnica con cui Jackie mette in rapporto la creazione del festival, l’immagine femminile nel cinema, il ruolo della donna nella società, il femminismo e le sue evoluzioni, il suo ruolo di donna nella vita e nel lavoro. Si è trattato di mostrare parallelamente l’opera di Jackie Buet e la sua immagine per il ritratto. Se la rappresentazione della donna è cambiata nel cinema non si può fare a meno di pensare a Jackie Buet e di presentarla come protagonista di questo cambiamento, come portavoce della sua generazione a proposito degli ultimi trent’anni certamente molto importanti rispetto alla realtà e alla rappresentazione delle donne nella nostra società.

banner ad