Stasera Niente di Nuovo

Regia: Mario Mattoli – Soggetto e sceneggiatura: Luciano Mattoli, Mario Mattoli – Montaggio: Fernando Tropea – Fotografia: Aldo Tonti – Musica: Ezio Carabella – Interpreti: Alida Valli, Carlo Ninchi, Antonio Gandusio, Tina Lattanzi, Giuditta Rissone, Dina Galli, Achille Majeroni, Marisa Merlini, Anna Maestri, Aldo Rubens, Armando Migliari, Ninì Gordini Cervi, Olga Capri, Paolo Bonecchi, Tino Scotti, Cesarina Gheraldi – Produzione: Consorzio Italfines.
Italia, 1942, 35 mm b/n, 90’

Nel 1942 Alida ha ventuno anni e glissa decisamente verso parti coraggiose, se non scabrose, sostenuta da una pleiade di grandi attori. Così interpreta ben tre su quattro “film che parlano al vostro cuore”, geniale invenzione di Mario Mattoli, il regista marchigiano che anticipa temi e stilemi dei mélo del decennio successivo. Il successo clamoroso è ancora sotto il segno di una canzone: “Ma l’amore no”, che Alida canterà due volte, all’inizio e alla fine del film. Diventerà la canzone dell’amore delle donne che si battono a modo loro contro la guerra. Atmosfere da noir americano, con una breve incursione nell’altrove peccaminoso di Costantinopoli, per raccontare l’amore redenzione di due perdenti, un uomo e una donna, con brutte storie alle spalle. Lui è Cesare, un giornalista brillante naufragato nell’alcool, lei è Maria, una cantante legata ad un tipaccio sfruttatore, che ormai calca soprattutto il marciapiede. Si riconoscono in un commissariato e la strada comune subito diverge. Per Cesare è la rinascita, la nuova dignità, che vuole restituire a se stesso e a Maria, per lei, l’esperienza claustrofobica dell’Istituto, dove le cattive ragazze, assassine o in qualche modo sbagliate, imparano a diventare buone. Maria scappa e sceglie la vita di sempre, per tornarvi ormai stremata alla fine, in tempo però per ricevere quello che da sempre meritava: un buon marito, una bella casa e la benedizione dei genitori.

Storia di un’intervista mancata
«Eccoti Alida, è tutta tua, intervistala!» Quel press agent che mi spinse verso la Valli infreddolita e imbacuccata, seduta accanto al caminetto di un’osteria di Francolino, sul Delta Padano, non era un gran maestro di cerimonie; e certo non contribuì a metterci a nostro agio.
È passato mezzo secolo, ma all’odierno malinconico frangente mi riaffiora nitido alla memoria il profilo ancora stupendamente giovanile dell’attrice nel riverbero del fuoco acceso. Seduto al suo fianco, ero palpitante di emozioni per avere accanto la diciottenne delle Assenze ingiustificate, la mater dolorosa di Piccolo mondo antico, la glaciale assassina di Hitchcock, la contessa di Senso, insomma la svariante icona femminile che in una incarnazione o nell’altra ci aveva stregato tutti. A cominciare da Mario Soldati, che dirigendola nel film tratto da Fogazzaro se n’era innamorato. Quel giorno Alida era poveramente vestita, quasi da contadina, per il ruolo nel film Il grido di Michelangelo Antonioni. Tante cose avrei voluto sapere da lei, ma avete presente la canzone che dice «I can’t get started»? Traduzione: «Non so come cominciare» (a parlarti). Sicché io continuavo a stare zitto e Alida continuava a guardare davanti a sé. Sapevo che la sua leggendaria diffidenza verso i giornalisti era aumentata da quando era stata coinvolta senza colpa nel clamoroso processo per la morte di Wilma Montesi, a causa di una telefonata preoccupata e ambigua che lei avrebbe fatto da Venezia al suo amico di allora, processato (e poi assolto), il musicista Piero Piccioni. Lo stesso che in seguito l’attrice definì, aprendosi fra donne con Oriana Fallaci come non faceva quasi mai, «uno che prende e che non dà». Assimilandolo più o meno a tutti gli uomini della sua vita, fortunata nell’arte e sfortunata nell’amore. La mia fu un’intervista di grado zero, senza domande né risposte, da intitolare «I due timidi», con un fan imbranato da una parte e una diva incomunicabile dall’altra. Del resto nel ’95, quando Lorenzo Pellizzari e Claudio M. Valentinetti scrissero per Garzanti la minuziosa biografia intitolata Il romanzo di Alida Valli, l’interessata non volle riceverli né parlare loro nemmeno al telefono. Tenacemente chiusa nel mistero, bisognava starle dietro e pazientare per scoprire il varco a qualche supposizione. Come accadde in quel giorno di nebbia sul Po, quando il nostro dialogo muto fu interrotto dalla chiamata in scena della Signora. La situazione prevedeva che Alida Valli fosse aggredita sulla pubblica piazza dall’americano Steve Cochran, una specie di bisonte americano che aveva preso terribilmente sul serio le raccomandazioni neorealistiche di Antonioni e all’insegna della verità artistica si credette in dovere di menare sganassoni da boxer. Motore, ciak, azione: e giù botte. Nella scena, ripetuta quattro o cinque volte, i manrovesci arrivavano implacabili e intorno tutta la popolazione di Francolino scopriva esterrefatta la crudeltà di cui è capace il cinema. Non mancai di cogliere lo sguardo interrogativo e affettuoso di Michelangelo, che sottintendeva la trepida domanda «Ne facciamo un’altra?» puntualmente seguito dall’assenso impercettibile della malcapitata: e giù altri schiaffi. Pensai (e lo penso ancora): Alida Valli non mi ha raccontato niente ma mi ha insegnato una volta per tutte di che stoffa sono fatte le grandi attrici.
Tullio Kezich, Il Corriere della Sera, 23 aprile 2006

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