C’era una volta Beirut: storia di una star (Kan ya Makan: Beirut qissat nijmeh)

Due ragazze ventenni, Yasmine e Leila, partono alla ricerca della memoria di Beirut e delle immagini che della città nel tempo sono state diffuse. Queste immagini raccontano una vera a propria città star e nascono dal desiderio che ha saputo suscitare in coloro che l’hanno ritratta con tutti gli inganni e le illusioni del desiderio. D’altra parte sono anche i documenti di una storia. Yasmine e Leila scoprono un vecchio cinéfile, il signor Faruk, che nei sotterranei di quello che forse un tempo è stato un cinema, conserva un tesoro di vecchie pellicole. Le ragazze convincono l’uomo, che non vorrebbe vedere nessuno, a riceverle perché hanno in mano le due bobine di un film inedito che per caso hanno ritrovato. Un tassista inviato dal signor Faruk le conduce al luogo segreto attraversando la città e le rovine che la guerra ha provocato. L’anziano amante del cinema, sedotto dalla giovinezza e dall’entusiasmo delle ragazze, accetta di mostrare le sue rarità e le introduce alle immagini come in un viaggio iniziatico. Per due ragazze di oggi il passato è una sorpresa non sempre comprensibile perché la guerra confina tutti nel presente rendendo inerti a tutto ciò che non è contemporaneo. Forse il viaggio potrà cambiare le ragazze di una generazione che Joselyne Saab rappresenta impalpabili come le eroine dei fumetti. Non è un caso che molti autori di graphic novel abbiano scelto Beirut come scenografia.
Si passa dalla piccola città degli anni Sessanta messa in scena dai cineasti arabi. Le due privilegiate spettatrici entrano nei diwan, dietro le gelosie e le tende chiuse e spiano come viveva una popolazione che, a quei tempi, si riteneva perfettamente occidentalizzata. Ripercorrono poi con i cineasti francesi le tappe della cultura francese degli anni Trenta per farsi un’idea della vita sotto il dominio coloniale, delle sue caratteristiche, dei valori che essa proponeva. Per gli americani poi, Beirut diventa un enorme set cinematografico dove si provano i giochi crudeli e pericolosi della guerra fredda negli anni Settanta: il mito di Beirut è ora legato allo spionaggio e agli intrighi internazionali. Yasmine e Leila, però, non si accontentano delle leggende ma chiedono al signor Faruk di completare la sua lezione di storia con cifre e dati che l’uomo conosce ma di cui diffida. Infondo ritiene che la verità si coglie tanto bene nei suoi dati oggettivi quanto nelle rappresentazioni filmiche. Quando per caso ricompare la bobina del film che era stata dimenticata nel taxi rosso dell’inizio, diventano chiare le intenzioni delle ragazze che non cercano la verità, ma le verità del cinema che le aiuteranno a capire e meglio far capire al pubblico i molti aspetti che hanno fatto di Beirut la città attuale.
C’era una volta…
Come te anch’io
ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la dimenticanza
come te ho dimenticato.
Come te ho desiderato possedere una memoria inconsolabile
una memoria di ombre e di pietre
ho lottato, da parte mia, con tutte le mie forze ogni giorno,
contro l’orrore di non capire più
la necessità di ricordare
come te ho dimenticato.
Perché negare l’evidente necessità della memoria?
Ascoltami, ascoltami ancora,
ricomincerà
Hiroshima mon amour
(A. Resnais/M. Duras)
Note dell’autrice
Mito e realtà di una città
Mi avvicino alla città star come si farebbe con una donna star: con occhi chiusi, preconcetti e desideri inconfessabili.
L’una e l’altra colpiscono l’immaginazione per quanto di straordinario, misterioso, scandaloso promettono. La loro bellezza attrae; si attribuisce loro ogni genere di sortilegi (soprattutto quando sono orientali). Ognuno, a modo suo, sogna di sedurle, di possederle, di farne il teatro per i propri fantasmi. Così, cariche delle passioni e delle ossessioni altrui, la città star, come la donna star, abbandona la realtà per divenire mito. E più cresce più il mito ha forza d’attrazione, la sua visionarietà cieca diviene realtà. Così le star rivelano le illusioni proprie e altrui.
A lungo Beirut ha sostento il ruolo di Orientale favorita dell’Occidente. Non aveva rivali in Medio Oriente. Città di tutte le culture, di tutti gli affari e di tutti i piaceri, città di tutti i drammi era anche la città di tutti i miti. A lungo ha tratto profitto da tutto ciò senza tenere conto di alcune realtà dissonanti. Questi miti certamente molto produttivi negli anni della ricchezza e della fama, hanno avuto un ruolo non indifferente anche nella sua rovina.
La mia intenzione qui è di fare una panoramica dei grandi miti che hanno contribuito, in circa 40 anni a costruire l’immagine di Beirut, di cercare nel passato le ragioni che ne hanno fatto una città star. Infine voglio cogliere le lacerazioni e la decadenza che oggi ne sono la realtà.
Il progetto di ricerca utilizza ampiamente sequenze di film che mettono in scena Beirut sia quella mitica che quella reale soffermandomi soprattutto sullo sguardo dei cineasti occidentali che hanno fortemente contribuito a sostenere i grandi miti della città star rinforzando, contemporaneamente i cliché a proposito del Libano, degli arabi e del vicino Oriente.
Una Orientale liberata
Il primo grande mito è quello dell’incontro tra Oriente e Occidente. Tra le braccia della star mondi diversi e apparentemente inconciliabili, formano un amalgama unico e armonioso. In effetti molto presto, Beirut l’orientale ha cominciato a darsi arie da occidentale liberata. Una facciata moderna, borghesia affarista e finanzieri cosmopoliti. Libertà di costumi, grandi palazzi sulla riva del mare, gioventù dorata e atmosfera di vacanze perpetua: è un viso senza velo quello che viene mostrato. Come se la star, trasfigurata dall’Occidente, volesse attenuare la sua essenza Orientale.
Un’altra “città bianca” sulla riva del Mediterraneo, di una bellezza più ombrosa, così la vogliono (Les ambassadeurs, con Max von Sydow; La châtelaine du Liban, con Omar Sharif e Juliette Gréco).
Per l’occidentale che non esce dai quartieri moderni della città il mito presenta tutte le apparenze della realtà e la situazione è ideale. È rapidamente a suo agio sedotto dall’ambiente, quasi a casa sua. Locali notturni, champagne e ragazze in bikini al mare: siamo lontani dal pudore islamico. D’altra parte anche gli emiri più ortodossi e rigorosi vengono a Beirut per godersi i piaceri proibiti nei loro paesi. Prova evidente che il fascino della città e quello dell’Occidente si equivalgono. È in questa città, studio cinematografico e cielo aperto, in cui i registi di Hollywood e non solo verranno a girare le loro rappresentazioni caricaturali dell’Oriente. Film pieni di palazzi da mille e una notte, di arabi crudeli o raffinati, di notti profumate, di donne fatali e di lascive cortigiane. Nella tradizione hollywoodiana l’Arabo come l’Indiano o il Cinese non hanno che una valenza folkloristica (Rebus, con Laurence Harvey e Ann Margret).
La leggenda dorata della star orientale viene così raccontata a colpi di cliché. A dispetto delle apparenze e di quello che può pensarne una minoranza, la star infondo resta araba. L’architettura e la vita quotidiana (illustrata da numerosi film) riflettono questa dualità. Dietro le facciate, sia antiche che moderne, alla veneziana o in vetrocemento e acciaio, batte sempre un cuore orientale, un giardino segreto fatto di convivialità, intimità e sensualità. In quel luogo la star smette di recitare, torna se stessa, si lascia andare (La reine de l’amour di Roméo Lahoud; Le destin di Mounir Kassirm; Chirwal et mini-jupes di Samir al Ghossein).
In queste condizioni la diffusione dei valori e dei costumi moderni dell’occidente non suscita solo fascino a attrazione ma anche disgusto e rifiuto. Ben lontano dall’essere idilliaco e fecondo per tutti, l’incontro è ambiguo, traumatizzante e causa frustrazione. La star orientale sussurra disorientata: Je t’aime moi non plus. (Je ne suis pas pécheresse; Dans un salon étranger).
Spie e casseforti
Orientale ricca d’oro e petrodollari, Beirut fa nascere in Occidente il mito del denaro facile, dell’arricchimento istantaneo e del colpo grosso. In una città in cui gli affari sono diventati sinonimo di “occasione”: sembra sufficiente trovarne una per fare fortuna. Il cinema non manca di idee in proposito c’è Richard Attenborough nei panni del banchiere americano che fa miliardi con l’oro nero; c’è la cassaforte che Belmondo fa saltare in Echappement libre; c’è l’enfatizzazione del mito del denaro a pioggia; Las Vegas e Montecarlo in un solo luogo: Beirut casinò.
Naturalmente c’è del vero, città star è fortunata, Beirut è una delle grandi piazze finanziarie del mondo, intermediario obbligato nelle transazioni con il vicino oriente. È il luogo dove si realizzano i grandi affari, dove si incontrano le grandi aziende occidentali i paesi petroliferi e i grandi banchieri di tutto il mondo. La star danza davvero su una cassaforte internazionale. Ma la realtà, meno visibile, è che il denaro di questi traffici alimenta scandali nei quali la città affonda fino al collo: traffico d’armi, droga, prostituzione, corruzione. Il denaro sporco scorre corrompendo tutto e tutti. In questa atmosfera fiorisce un altro mito, quello di Beirut città delle spie. All’ombra dei souk e dei palazzi gli agenti segreti giocano alla guerra fredda. questo mito, reso popolare da molti film, trova un buon fondamento in ciò che accade davvero in città. La star, infatti, è nel cuore della guerra fredda e delle tensioni mediorientali.
Siamo ai tempi della crisi dei missili sovietici a Cuba; Kruscev batte la sua scarpa sul tavolo dell’ONU. È da Beirut che la famosa spia inglese Kim Philby si collega con Mosca. Guerre arabo-israeliane, petrolio, armi ecc.: la star è in una posizione di osservazione ideale e la sua venalità facilita le cose. (Where the Spies are, con David Niven e Françoise Dorléac. Le contrat meurtrier).
Come Marylin Monroe, la star levantina è attratta dagli artisti, dai politici e dai padroni della situazione. La celebrità chiama denaro e viceversa. Donna fatale e donna di facili costumi, Beirut flirta con tutti i poteri. Naturalmente ha un protettore e la sua compiacenza ha dei limiti. Come testimoniano gli american boys che popolano i suoi bar e i suoi bordelli, Beirut è una creatura dell’Occidente. Quando il suo cuore arabo si mette a battere per Nasser, il nuovo eroe dell’Oriente, l’America manda i suoi marines a Beirut: “bella ma zitta!”.
La star simbolo dell’epoca, Brigitte Bardot, fa visita alla star del Levante. (La dame au lunettes noires).
Cultura e rivoluzione
Un altro mito assai tenace è quello di Beirut crogiolo culturale e artistico. Crocevia di diverse civiltà. Da Baalbek a Byblos a Saida il cinema rinforza l’esclusiva di una peculiarità culturale. È vero, la città star lambisce la terra considerata culla delle civiltà e ne condivide un’eredità fuori del comune. È vero che accoglie gli artisti a braccia aperte senza discriminazioni, per molto tempo è stata un passaggio culturale obbligato tra due mondi. Un centro di irraggiamento dell’arte araba e di quella occidentale.
Delizia e voluttà delle lunghe notti d’Oriente: una sera la star vibra agli accenti della tromba ammaliante di un jazzista americano (Miles Davis); l’indomani si scioglie al canto, improntato ad un panarabismo soft, di Oum Kalsoum la madre ispiratrice di tutto l’Oriente.
La realtà è ancora il saper vivere, la raffinatezza e il fascino esercitato dall’Oriente. È la possibilità, per l’occidentale sedotto dalla libertà intellettuale e fisica della città star, di spingersi ancora più in là. È Béjart che incontra a Beirut l’islam e si converte.
Tutto ciò però non impedisce il fallimento culturale, la star, in realtà, resta molto provinciale. Il suo passato è morto e il suo presente è sterile. Perde la memoria; poliglotta non parla neanche più correttamente, l’arabo, la sua lingua. La commistione dei generi rasenta la schizofrenia. Il crogiolo della civiltà diviene laboratorio di violenze e barbarie. Lo zodiaco cinematografico manda segni premonitori: tra gli altri Samuel Fuller immagina la storia dei un gruppo di studenti dell’Università americana di Beirut rapiti e tenuti in ostaggio.
A lungo Beirut è stata, per l’Oriente e per l’Occidente, il cuore di un mosaico armonioso di comunità, un paese di dolcezza e di luce, di latte e miele. Ora il mito dell’armonia comunitaria, reso popolare dal cinema, ha una vita particolarmente dura. Ma al di là dei quadretti idilliaci di coesistenza pacifica tra maroniti e drusi, tra cristiani e mussulmani, gli antagonismi permangono violenti e tenaci, alla più piccola scintilla gli odi tribali si riaccendono. Beirut conoscerà presto l’esasperazione delle forme religiose. Da tutte le parti i combattenti diventeranno dei “folli di Dio” circondati di un macabro folklore. Dietro il mito dell’armonia, una città che ha perduto i suoi codici, i suoi riferimenti e la sua tradizionale solidarietà, sprofonda nella violenza. Le pulsioni vitali che la proiettavano verso i piaceri la spingono nelle braccia della rivoluzione; poi in quelle della morte.
Le nuove generazioni, nutrite dalle utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta, sognano di rovesciare l’ordine stabilito. Nel turbine dell’euforia rivoluzionaria la star sogna con loro. Beirut diviene il termometro politico e sociale del Paese. (Le vendeur de bagues, commedia musicale di Youssef Chahine; Beirut ya Beirut di Maroun Bagdadi).
Tra i miti rivoluzionari, il più completo, il più forte e il più reale è quello della rivoluzione palestinese. La sua forza d’attrazione è enorme. Beirut aderisce ad essa anima e corpo. Una giovane attrice, Vanessa Redgrave, giunta a Beirut per girare un film diventerà presto una pasionaria della causa palestinese. Un po’ come era accaduto per Jane Fonda per il Vietnam. La sua vita e la sua carriera ne saranno trasformate. Molti come lei offriranno sacrifici all’estetica della rivoluzione. Per far trionfare la causa palestinese bisogna cambiare il Libano e tutto il vicino Oriente. Immaginazione ed esaltazione trionfano. Gli stessi palestinesi si faranno prendere in trappola dall’incantesimo rivoluzionario e dal potere corruttore della città.
La star dilaniata dalla guerra e divisa susciterà ben altri miti. Alcuni verranno a cercarvi le tracce orribili del passato, altri vedranno in essa una prefigurazione del futuro. Servirà da parametro esistenziale per Volker Schloendorf che filmerà a Beirut la guerra spettacolo e la città divisa della sua infanzia a Berlino. Stregato dalla città, Skolimovsky autore de La fausaire improvviserà a Beirut il prologo del suo film Hand’s up sulla dittatura in Polonia che sarà censurato per dieci anni. (La fausaire di Volker Schloendorf; Hand’s up di Jersy Skolimovsky).
Anche dopo la sua “morte” Beirut, la star assassinata, suscita ancora dei miti. Benché rinasca dalle sue ceneri, resta, e resterà senza dubbio a lungo nell’immagine popolare, la città del caos dell’anarchia, della morte.
Jocelyne Saab
Biografia
Jocelyne Saab ha iniziato la sua carriera conducendo un programma di musica pop sulla radio nazionale libanese. Poi è passata a occuparsi di informazione per la televisione. La guerra civile in Libano l’ha vista reporter sul fronte. Come reporter di guerra ha seguito le guerre tra Iraq e Iran e le vicende del fronte Polisario. Ha diretto circa 20 documentari trasmessi dalle televisioni francesi ed europee, dalla NBC negli Stai Uniti e dalla NHK in Giappone. È arrivata al cinema dirigendo la seconda unità di lavoro di Circle of Deceit di Volker Schloendorf. Ha girato in Libano, Egitto, Iran, Kurdistan, Sahara ex spagnolo e Vietnam. Ha scritto tutti i suoi film ad eccezione di Suspended life, scritto a quattro mani con Gerard Branch. Ha ideato e diretto C’era una volta Beirut, un progetto di ricostruzione di un archivio cinematografico a Beirut. Attualmente sta scrivendo la sceneggiatura di un musical.
Filmografia
Lebanon in turmoil (documentario, 1975); Children of war (1976); The sahara is not for sale (documentario, 1978); Beirut, my city (documentario, 1982); A suspended life (1985); Fécondation in vidéo (documentario, 1991); C’era una volta Beirut (1992-1994); The Lady of Saigon (documentario, 1996-1997); Paris in love (10 cortometraggi, 2003); Kiss me not on the eyes (2005); Broken bridges (cortometraggio, 2006); Min Min (videoclip, 2006); Missing in words (video installazione, 2007).

Regia: Jocelyne Saab – Sceneggiatura: Roland-Pierre, Philippe Paringaux – Fotografia: Roby Breidi – Montaggio: Dominique Auvray, Isabelle Dedieu – Interpreti: Myrna Makaron, Michéle Tyan, Pierre Chamassian – Produzione: Balcon Production, Arte France, Aleph Production

Libano/Francia, 1994, 35 mm col., 105’

Due ragazze ventenni, Yasmine e Leila, partono alla ricerca della memoria di Beirut e delle immagini che della città nel tempo sono state diffuse. Queste immagini raccontano una vera a propria città star e nascono dal desiderio che ha saputo suscitare in coloro che l’hanno ritratta con tutti gli inganni e le illusioni del desiderio. D’altra parte sono anche i documenti di una storia. Yasmine e Leila scoprono un vecchio cinéfile, il signor Faruk, che nei sotterranei di quello che forse un tempo è stato un cinema, conserva un tesoro di vecchie pellicole. Le ragazze convincono l’uomo, che non vorrebbe vedere nessuno, a riceverle perché hanno in mano le due bobine di un film inedito che per caso hanno ritrovato. Un tassista inviato dal signor Faruk le conduce al luogo segreto attraversando la città e le rovine che la guerra ha provocato. L’anziano amante del cinema, sedotto dalla giovinezza e dall’entusiasmo delle ragazze, accetta di mostrare le sue rarità e le introduce alle immagini come in un viaggio iniziatico. Per due ragazze di oggi il passato è una sorpresa non sempre comprensibile perché la guerra confina tutti nel presente rendendo inerti a tutto ciò che non è contemporaneo. Forse il viaggio potrà cambiare le ragazze di una generazione che Joselyne Saab rappresenta impalpabili come le eroine dei fumetti. Non è un caso che molti autori di graphic novel abbiano scelto Beirut come scenografia.

Si passa dalla piccola città degli anni Sessanta messa in scena dai cineasti arabi. Le due privilegiate spettatrici entrano nei diwan, dietro le gelosie e le tende chiuse e spiano come viveva una popolazione che, a quei tempi, si riteneva perfettamente occidentalizzata. Ripercorrono poi con i cineasti francesi le tappe della cultura francese degli anni Trenta per farsi un’idea della vita sotto il dominio coloniale, delle sue caratteristiche, dei valori che essa proponeva. Per gli americani poi, Beirut diventa un enorme set cinematografico dove si provano i giochi crudeli e pericolosi della guerra fredda negli anni Settanta: il mito di Beirut è ora legato allo spionaggio e agli intrighi internazionali. Yasmine e Leila, però, non si accontentano delle leggende ma chiedono al signor Faruk di completare la sua lezione di storia con cifre e dati che l’uomo conosce ma di cui diffida. Infondo ritiene che la verità si coglie tanto bene nei suoi dati oggettivi quanto nelle rappresentazioni filmiche. Quando per caso ricompare la bobina del film che era stata dimenticata nel taxi rosso dell’inizio, diventano chiare le intenzioni delle ragazze che non cercano la verità, ma le verità del cinema che le aiuteranno a capire e meglio far capire al pubblico i molti aspetti che hanno fatto di Beirut la città attuale.

C’era una volta…
Come te anch’io
ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la dimenticanza
come te ho dimenticato.
Come te ho desiderato possedere una memoria inconsolabile
una memoria di ombre e di pietre
ho lottato, da parte mia, con tutte le mie forze ogni giorno,
contro l’orrore di non capire più
la necessità di ricordare
come te ho dimenticato.
Perché negare l’evidente necessità della memoria?
Ascoltami, ascoltami ancora,
ricomincerà
Hiroshima mon amour

(A. Resnais/M. Duras)

Note dell’autrice

Mito e realtà di una città

Mi avvicino alla città star come si farebbe con una donna star: con occhi chiusi, preconcetti e desideri inconfessabili.

L’una e l’altra colpiscono l’immaginazione per quanto di straordinario, misterioso, scandaloso promettono. La loro bellezza attrae; si attribuisce loro ogni genere di sortilegi (soprattutto quando sono orientali). Ognuno, a modo suo, sogna di sedurle, di possederle, di farne il teatro per i propri fantasmi. Così, cariche delle passioni e delle ossessioni altrui, la città star, come la donna star, abbandona la realtà per divenire mito. E più cresce più il mito ha forza d’attrazione, la sua visionarietà cieca diviene realtà. Così le star rivelano le illusioni proprie e altrui.

A lungo Beirut ha sostento il ruolo di Orientale favorita dell’Occidente. Non aveva rivali in Medio Oriente. Città di tutte le culture, di tutti gli affari e di tutti i piaceri, città di tutti i drammi era anche la città di tutti i miti. A lungo ha tratto profitto da tutto ciò senza tenere conto di alcune realtà dissonanti. Questi miti certamente molto produttivi negli anni della ricchezza e della fama, hanno avuto un ruolo non indifferente anche nella sua rovina.

La mia intenzione qui è di fare una panoramica dei grandi miti che hanno contribuito, in circa 40 anni a costruire l’immagine di Beirut, di cercare nel passato le ragioni che ne hanno fatto una città star. Infine voglio cogliere le lacerazioni e la decadenza che oggi ne sono la realtà.

Il progetto di ricerca utilizza ampiamente sequenze di film che mettono in scena Beirut sia quella mitica che quella reale soffermandomi soprattutto sullo sguardo dei cineasti occidentali che hanno fortemente contribuito a sostenere i grandi miti della città star rinforzando, contemporaneamente i cliché a proposito del Libano, degli arabi e del vicino Oriente.

Una Orientale liberata

Il primo grande mito è quello dell’incontro tra Oriente e Occidente. Tra le braccia della star mondi diversi e apparentemente inconciliabili, formano un amalgama unico e armonioso. In effetti molto presto, Beirut l’orientale ha cominciato a darsi arie da occidentale liberata. Una facciata moderna, borghesia affarista e finanzieri cosmopoliti. Libertà di costumi, grandi palazzi sulla riva del mare, gioventù dorata e atmosfera di vacanze perpetua: è un viso senza velo quello che viene mostrato. Come se la star, trasfigurata dall’Occidente, volesse attenuare la sua essenza Orientale.

Un’altra “città bianca” sulla riva del Mediterraneo, di una bellezza più ombrosa, così la vogliono (Les ambassadeurs, con Max von Sydow; La châtelaine du Liban, con Omar Sharif e Juliette Gréco).

Per l’occidentale che non esce dai quartieri moderni della città il mito presenta tutte le apparenze della realtà e la situazione è ideale. È rapidamente a suo agio sedotto dall’ambiente, quasi a casa sua. Locali notturni, champagne e ragazze in bikini al mare: siamo lontani dal pudore islamico. D’altra parte anche gli emiri più ortodossi e rigorosi vengono a Beirut per godersi i piaceri proibiti nei loro paesi. Prova evidente che il fascino della città e quello dell’Occidente si equivalgono. È in questa città, studio cinematografico e cielo aperto, in cui i registi di Hollywood e non solo verranno a girare le loro rappresentazioni caricaturali dell’Oriente. Film pieni di palazzi da mille e una notte, di arabi crudeli o raffinati, di notti profumate, di donne fatali e di lascive cortigiane. Nella tradizione hollywoodiana l’Arabo come l’Indiano o il Cinese non hanno che una valenza folkloristica (Rebus, con Laurence Harvey e Ann Margret).

La leggenda dorata della star orientale viene così raccontata a colpi di cliché. A dispetto delle apparenze e di quello che può pensarne una minoranza, la star infondo resta araba. L’architettura e la vita quotidiana (illustrata da numerosi film) riflettono questa dualità. Dietro le facciate, sia antiche che moderne, alla veneziana o in vetrocemento e acciaio, batte sempre un cuore orientale, un giardino segreto fatto di convivialità, intimità e sensualità. In quel luogo la star smette di recitare, torna se stessa, si lascia andare (La reine de l’amour di Roméo Lahoud; Le destin di Mounir Kassirm; Chirwal et mini-jupes di Samir al Ghossein).

In queste condizioni la diffusione dei valori e dei costumi moderni dell’occidente non suscita solo fascino a attrazione ma anche disgusto e rifiuto. Ben lontano dall’essere idilliaco e fecondo per tutti, l’incontro è ambiguo, traumatizzante e causa frustrazione. La star orientale sussurra disorientata: Je t’aime moi non plus. (Je ne suis pas pécheresse; Dans un salon étranger).

Spie e casseforti

Orientale ricca d’oro e petrodollari, Beirut fa nascere in Occidente il mito del denaro facile, dell’arricchimento istantaneo e del colpo grosso. In una città in cui gli affari sono diventati sinonimo di “occasione”: sembra sufficiente trovarne una per fare fortuna. Il cinema non manca di idee in proposito c’è Richard Attenborough nei panni del banchiere americano che fa miliardi con l’oro nero; c’è la cassaforte che Belmondo fa saltare in Echappement libre; c’è l’enfatizzazione del mito del denaro a pioggia; Las Vegas e Montecarlo in un solo luogo: Beirut casinò.

Naturalmente c’è del vero, città star è fortunata, Beirut è una delle grandi piazze finanziarie del mondo, intermediario obbligato nelle transazioni con il vicino oriente. È il luogo dove si realizzano i grandi affari, dove si incontrano le grandi aziende occidentali i paesi petroliferi e i grandi banchieri di tutto il mondo. La star danza davvero su una cassaforte internazionale. Ma la realtà, meno visibile, è che il denaro di questi traffici alimenta scandali nei quali la città affonda fino al collo: traffico d’armi, droga, prostituzione, corruzione. Il denaro sporco scorre corrompendo tutto e tutti. In questa atmosfera fiorisce un altro mito, quello di Beirut città delle spie. All’ombra dei souk e dei palazzi gli agenti segreti giocano alla guerra fredda. questo mito, reso popolare da molti film, trova un buon fondamento in ciò che accade davvero in città. La star, infatti, è nel cuore della guerra fredda e delle tensioni mediorientali.

Siamo ai tempi della crisi dei missili sovietici a Cuba; Kruscev batte la sua scarpa sul tavolo dell’ONU. È da Beirut che la famosa spia inglese Kim Philby si collega con Mosca. Guerre arabo-israeliane, petrolio, armi ecc.: la star è in una posizione di osservazione ideale e la sua venalità facilita le cose. (Where the Spies are, con David Niven e Françoise Dorléac. Le contrat meurtrier).

Come Marylin Monroe, la star levantina è attratta dagli artisti, dai politici e dai padroni della situazione. La celebrità chiama denaro e viceversa. Donna fatale e donna di facili costumi, Beirut flirta con tutti i poteri. Naturalmente ha un protettore e la sua compiacenza ha dei limiti. Come testimoniano gli american boys che popolano i suoi bar e i suoi bordelli, Beirut è una creatura dell’Occidente. Quando il suo cuore arabo si mette a battere per Nasser, il nuovo eroe dell’Oriente, l’America manda i suoi marines a Beirut: “bella ma zitta!”.

La star simbolo dell’epoca, Brigitte Bardot, fa visita alla star del Levante. (La dame au lunettes noires).

Cultura e rivoluzione

Un altro mito assai tenace è quello di Beirut crogiolo culturale e artistico. Crocevia di diverse civiltà. Da Baalbek a Byblos a Saida il cinema rinforza l’esclusiva di una peculiarità culturale. È vero, la città star lambisce la terra considerata culla delle civiltà e ne condivide un’eredità fuori del comune. È vero che accoglie gli artisti a braccia aperte senza discriminazioni, per molto tempo è stata un passaggio culturale obbligato tra due mondi. Un centro di irraggiamento dell’arte araba e di quella occidentale.

Delizia e voluttà delle lunghe notti d’Oriente: una sera la star vibra agli accenti della tromba ammaliante di un jazzista americano (Miles Davis); l’indomani si scioglie al canto, improntato ad un panarabismo soft, di Oum Kalsoum la madre ispiratrice di tutto l’Oriente.

La realtà è ancora il saper vivere, la raffinatezza e il fascino esercitato dall’Oriente. È la possibilità, per l’occidentale sedotto dalla libertà intellettuale e fisica della città star, di spingersi ancora più in là. È Béjart che incontra a Beirut l’islam e si converte.

Tutto ciò però non impedisce il fallimento culturale, la star, in realtà, resta molto provinciale. Il suo passato è morto e il suo presente è sterile. Perde la memoria; poliglotta non parla neanche più correttamente, l’arabo, la sua lingua. La commistione dei generi rasenta la schizofrenia. Il crogiolo della civiltà diviene laboratorio di violenze e barbarie. Lo zodiaco cinematografico manda segni premonitori: tra gli altri Samuel Fuller immagina la storia dei un gruppo di studenti dell’Università americana di Beirut rapiti e tenuti in ostaggio.

A lungo Beirut è stata, per l’Oriente e per l’Occidente, il cuore di un mosaico armonioso di comunità, un paese di dolcezza e di luce, di latte e miele. Ora il mito dell’armonia comunitaria, reso popolare dal cinema, ha una vita particolarmente dura. Ma al di là dei quadretti idilliaci di coesistenza pacifica tra maroniti e drusi, tra cristiani e mussulmani, gli antagonismi permangono violenti e tenaci, alla più piccola scintilla gli odi tribali si riaccendono. Beirut conoscerà presto l’esasperazione delle forme religiose. Da tutte le parti i combattenti diventeranno dei “folli di Dio” circondati di un macabro folklore. Dietro il mito dell’armonia, una città che ha perduto i suoi codici, i suoi riferimenti e la sua tradizionale solidarietà, sprofonda nella violenza. Le pulsioni vitali che la proiettavano verso i piaceri la spingono nelle braccia della rivoluzione; poi in quelle della morte.

Le nuove generazioni, nutrite dalle utopie rivoluzionarie degli anni Sessanta, sognano di rovesciare l’ordine stabilito. Nel turbine dell’euforia rivoluzionaria la star sogna con loro. Beirut diviene il termometro politico e sociale del Paese. (Le vendeur de bagues, commedia musicale di Youssef Chahine; Beirut ya Beirut di Maroun Bagdadi).

Tra i miti rivoluzionari, il più completo, il più forte e il più reale è quello della rivoluzione palestinese. La sua forza d’attrazione è enorme. Beirut aderisce ad essa anima e corpo. Una giovane attrice, Vanessa Redgrave, giunta a Beirut per girare un film diventerà presto una pasionaria della causa palestinese. Un po’ come era accaduto per Jane Fonda per il Vietnam. La sua vita e la sua carriera ne saranno trasformate. Molti come lei offriranno sacrifici all’estetica della rivoluzione. Per far trionfare la causa palestinese bisogna cambiare il Libano e tutto il vicino Oriente. Immaginazione ed esaltazione trionfano. Gli stessi palestinesi si faranno prendere in trappola dall’incantesimo rivoluzionario e dal potere corruttore della città.

La star dilaniata dalla guerra e divisa susciterà ben altri miti. Alcuni verranno a cercarvi le tracce orribili del passato, altri vedranno in essa una prefigurazione del futuro. Servirà da parametro esistenziale per Volker Schloendorf che filmerà a Beirut la guerra spettacolo e la città divisa della sua infanzia a Berlino. Stregato dalla città, Skolimovsky autore de La fausaire improvviserà a Beirut il prologo del suo film Hand’s up sulla dittatura in Polonia che sarà censurato per dieci anni. (La fausaire di Volker Schloendorf; Hand’s up di Jersy Skolimovsky).

Anche dopo la sua “morte” Beirut, la star assassinata, suscita ancora dei miti. Benché rinasca dalle sue ceneri, resta, e resterà senza dubbio a lungo nell’immagine popolare, la città del caos dell’anarchia, della morte.

Jocelyne Saab

Biografia

Jocelyne Saab ha iniziato la sua carriera conducendo un programma di musica pop sulla radio nazionale libanese. Poi è passata a occuparsi di informazione per la televisione. La guerra civile in Libano l’ha vista reporter sul fronte. Come reporter di guerra ha seguito le guerre tra Iraq e Iran e le vicende del fronte Polisario. Ha diretto circa 20 documentari trasmessi dalle televisioni francesi ed europee, dalla NBC negli Stai Uniti e dalla NHK in Giappone. È arrivata al cinema dirigendo la seconda unità di lavoro di Circle of Deceit di Volker Schloendorf. Ha girato in Libano, Egitto, Iran, Kurdistan, Sahara ex spagnolo e Vietnam. Ha scritto tutti i suoi film ad eccezione di Suspended life, scritto a quattro mani con Gerard Branch. Ha ideato e diretto C’era una volta Beirut, un progetto di ricostruzione di un archivio cinematografico a Beirut. Attualmente sta scrivendo la sceneggiatura di un musical.

Filmografia

Lebanon in turmoil (documentario, 1975); Children of war (1976); The sahara is not for sale (documentario, 1978); Beirut, my city (documentario, 1982); A suspended life (1985); Fécondation in vidéo (documentario, 1991); C’era una volta Beirut (1992-1994); The Lady of Saigon (documentario, 1996-1997); Paris in love (10 cortometraggi, 2003); Kiss me not on the eyes (2005); Broken bridges (cortometraggio, 2006); Min Min (videoclip, 2006); Missing in words (video installazione, 2007).