La Storia del Festival

English

Laboratorio Immagine Donna

Una storia italiana

I primi passi

Il Festival di Cinema e Donne di Firenze nasce alla fine degli anni Settanta, e come nella tradizione gloriosa dei cineclub italiani, esprime un pubblico che si procura da solo film che altrimenti non vedrebbe mai. Ma il pubblico/protagonista del Festival non è, questa volta, indeterminato e indefinibile. Si tratta di donne giovani e giovanissime che aprono radio libere, organizzano convegni sulle scrittici del passato e del panorama letterario contemporaneo, ricostruiscono le tracce della vita e della cultura femminile che la storia ufficiale non contempla.

Cercano di sondare la consistenza della distanza tra donne e arte e capire come e quanto questa distanza possa essere colmata, includendo anche immagini e protagoniste di esperienze negate o non abbastanza conosciute.

Il cinema è al centro. Anche perché le sue immagini riflettono i modelli femminili prevalenti nella società ma contemporaneamente partecipano alla loro formazione. È un problema di sguardi:lo sguardo dell’autore, certo, ma anche quello dello spettatore che ad esso si sovrappone con un margine, spesso ampio, di autonomia.

Così i primi Festival di Cinema e Donne di Firenze hanno titoli veramente programmatici L’occhio negato, Il gioco dello specchio. Oltre lo specchio e presentano un netto interesse per le registe, del passato o del presente che hanno privilegiato e proposto sguardi e linguaggi differenti e sperimentali:

Germane Dulac e Maya Deren, Margherite Duras e Chantal Akerman. Naturalmente Alice Guy, l’impiegata della Gaumont appena riscoperta in Francia, prima donna regista, ma anche “primo autore cinematografico” in assoluto; sino ad allora ignorata completamente dalle storie del cinema.

Arrivano dall’Inghilterra le cinecritiche con macchina da presa come Laura Mulvey e le performer dell’ Expanded cinema. C’è anche Sally Potter, militante e rockstar (Gold digger). Poi ci sono i film delle indipendenti americane che producono e distribuiscono direttamente le loro opere, come Amalie Rothschild, con la New Day Film.

La storia delle donne segna profondamente l’area anglofona da Barbara Kopple (Harlan County) al “Women’s film and history project” (The song of the Shirt). La denuncia della violenza,invece, è un soggetto condiviso nei film provenienti da ogni latitudine dall’americano Not a Pretty Picture di Martha Coolidge al francese L’amour violé di Yannick Bellon.

Clara Burckner

Clara Burckner

Si aggiunge la Neue Welle tedesca, che schiera un’associazione di lavoratrici del cinema, una rivista teorica e chiede il 50% dei finanziamenti per le donne. Margarethe von Trotta è una brava attrice passata, non da molto, e con grande energia creativa, dietro la macchina da presa e Clara Burckner ha fondato la Basis Film Verleih a Berlino. Produce e distribuisce i più importanti film del Nuovo Cinema Tedesco, quasi tutti quelli delle donne.

Lina Wertmüller

Lina Wertmüller

In Italia Liliana Cavani e Lina Wertmüller brillano per grandezza e solitudine. Altra stella fissa, in un firmamento poco popolato, Suso Cecchi D’Amico madre nobile di tutte le sceneggiatrici. Ci sono, invece le autrici di un unico e bel film, tante, nel primo decennio del nostro lavoro, ma meriterebbero una rassegna a parte.

Nasce un intero movimento di “superottiste” e di sperimentatrici di valore. Annabella Miscuglio e Loredana Dordi realizzano Processo per stupro e A.A.A. Offresi pensati per la televisione che fatica però molto a mostrare al pubblico il primo e non programmerà mai il secondo. Un miglior rapporto col piccolo schermo (allora solo di Stato) avrà la pattuglia capitanata valorosamente da Alessandra Bocchetti, regista indipendente e Tilde Capomazza, programmista-regista Rai che realizzano il “primo settimanale femminista tv” per ben quattro anni.

Suso Cecchi d'Amico

Suso Cecchi d'Amico

Firmano le trasmissioni, tra le altre, Rosalia Polizzi, Daniela Colombo, Giulietta Ascoli, Elena Doni, Elisabetta Rasy e Annarita Buttafuoco.

Varda

Agnés Varda

Difficile per il cinema italiano stabilire un rapporto diretto con il movimento delle donne. Ci riesce solo Giovanna Gagliardo che, con Maternale, catalizza l’attenzione, indirizza la riflessione collettiva e fornisce spunti di riflessione sul rapporto madre-figlia e le genealogie femminili.

Poi ci sono le grandi signore del cinema internazionale come Agnès Varda, maestra della Nouvelle Vague o la prodigiosa Vera Chytilova che, con le sue sboccianti Margheritine, buca la cortina di ferro raccontando gli umori ribelli dell’est Europa.

Gli anni ‘80

Gli anni Ottanta si aprono con il Leone di Venezia a Margarethe von Trotta. È la punta di un iceberg. A Firenze Ulrike Ottinger, Helke Sander, Jutta Brϋckner, Ula Stöckl, Helma Sanders-Brahms, e le altre autrici tedesche sono già di casa.

Arriva la nuova onda canadese con Patricia Rozema e Léa Pool. Hanno alle spalle la pioniera Nel Shipman e una potente tradizione di documentarismo. Attivissimo lo Studio D, una struttura di produzione e distribuzione per le donne. Quella canadese è una  una realtà riccamente multiculturale. A Firenze la rappresenta, molto bene, una giovane regista che vive tra india e Canada, Deepa Metha.

Le australiane, alla fine del decennio, sono ancora più determinate. Jane Campion, conosciuta attraverso i suoi straordinari cortometraggi, vince Cannes con Lezioni di piano e il suo stile incanta Venezia (Un angelo alla mia tavola). For Love or Money di Megan Mc Murchy, Margot Olivier e Jenj Thornley ci aveva già mostrato le origini di una emancipazione non semplicemente suffragista e il perdurare di una tradizione tra scrittura e cinema dall’Ottocento, autorevolmente ripresa da Gillian Armstrong (La mia brillante carriera, Ultimi giorni da noi). La scoperta sono le grandi produttrici che sostengono il successo della cinematografia del periodo. Il titolo dell’edizione del festival è inevitabilmente La grande barriera corallina.

La caduta del muro di Berlino è preannunciata dalle sempre maggiori crepe nelle censure della burocrazia sovietica, attraverso le quali molte autrici filtrano per presentare, sempre più liberamente, il loro lavoro. Hanno studiato nelle grandi scuole di Mosca e Leningrado (si chiama ancora così fino al 1991) anche quando provengono dalle Repubbliche Baltiche, dalla Georgia o da Samarcanda. Due nomi esemplari: Kira Muratova e Lana Gogoberidze. In Europa sempre più film e giovani registe. Spesso anche le attrici iniziano a dirigere e c’è un’osmosi, specie in Inghilterra e nei paesi scandinavi, tra cinema e teatro.

Le retrospettive più importanti del decennio sono dedicate a Musidora, Asta Nielsen, Marie Epstein e Maya Deren.

Gli anni ‘90

La Francia tira la volata europea aggiungendo alla sua già folta tradizione (Colin Serreau, Liliane De Kermadec, Nelly Kaplan ecc.) nuovi nomi: Dominique Cabrera, Christine Carriére, Catherine Corsini, Claire Denis, Danielle Dubroux, Agnes Merlet, Laetitia Masson e molte altre. L’edizione 1997 La distanza delle cose vicine è dedicata a loro. Ma, attenzione! Le “ragazze” italiane che, negli anni passati, avevano presentato saggi di scuola, opere prime o documentari autoprodotti, sono cresciute e costituiscono la novità più importante del nostro cinema, glorioso ma, ad esclusione degli inizi pionieristici e di rare e preziose eccezioni, tutto rigorosamente firmato al maschile e orgoglioso di essere tale.

Cristina Comencini e Anna Maria Mori

Cristina Comencini e Anna Maria Mori

Sono figlie d’arte, allieve del Centro Sperimentale, hanno studiato cinema in America o in Germania, hanno lavorato a lungo in Rai. Sono tutte diverse e tutte molto interessanti. Alcune sono attive anche per il teatro o scrivono romanzi: Francesca e Cristina Comencini, Francesca Archibugi, Elisabetta Lodoli, Costanza Quatriglio, Nina di Majo, Wilma Labate, Antonietta De Lillo, Fiorella Infascelli, e tutto il resto della “squadriglia italiana”. C’è chi si occupa anche di produzione: Antonietta De Lillo, Emanuela Piovano, Isabella Sandri ma in genere non è questo l’iter prevalente, mentre anche nelle professioni della produzione, distribuzione e pubblicizzazione, si incontrano sempre più donne.

Anna Maria Mori, Claudia Cardinale e Elisa de Giorgi

Anna Maria Mori, Claudia Cardinale e Elisa de Giorgi

La maggiore età dei film italiani corrisponde, pressappoco, con le edizioni estive degli Incontri di Cinema e Donne. Notti stellate e proiezioni all’aperto nell’arena del Palazzo dei Congressi. Elsa de Giorgi rievoca, davanti allo storico palazzo che ha abitato, le notti romane e l’amica indimenticabile, Anna Magnani. Claudia Cardinale si fa accompagnare da Mauro Bolognini per presentare Libera, amore mio e ricordare, con i bei film magrebini che ha interpretato, quanto sia vicina l’altra sponda del Mediterraneo.

Cinzia_Torrini

Cinzia Torrini

Il decennio si conclude con due progetti, Multicinema e X-film, cinema contro la violenza e con un convegno incentrato sulla possibilità di utilizzare la comunicazione visiva per la prevenzione della violenza contro donne e bambini. Hanno aperto la strada le autrici africane. La senegalese Safi Faye con il suo classico Mossane e l’algerina Rachida Krim con Sous les pieds des femmes. Madrina italiana Cinzia Torrini, ospite d’onore Pratibha Parmar, anglo-pachistana.

Pratibha Parmar

Pratibha Parmar

Chiara a tutti l’interrelazione tra cinema, televisione e nuove forme di comunicazione globale. Sono in arrivo internet e le tecnologie digitali.

Nasce così il Premio Sigillo della Pace del Comune di Firenze per segnalare le opere migliori per la lotta agli stereotipi del sessismo e del razzismo e per contrastare il concetto dilagante di scontro tra le culture. Proprio in questo momento molte donne dell’area mediterranea islamica, Marocco, Tunisia, Libano, Algeria, Turchia, partecipano al festival proponendo il loro punto di vista sul presente e su una storia che innegabilmente ci riguarda.

Paola Paoli e Faye

Paola Paoli e Safi Faye

Sembra che difficoltà e pericoli non scoraggino ma stimolino la necessità di espressione e comunicazione. Assieme ai grandi film arrivano, proprio dalle aree di maggior conflitto, videolettere e instant movies da Algeria, Iran, Nepal, Palestina.

Retrospettive ‘90 Attrici degli anni ‘20 Lois Weber e Mary Pickford, autrici anni ‘40 Nicole Védrès, Jacqueline Audry. Retrospettiva completa con seminario, Márta Mészáros. Questa retrospettiva fu poi inserita nella programmazione nazionale del circuito Fice.

Il nuovo millennio

All’inizio del terzo millennio la Turchia prende il posto dell’Iran per la novità degli sguardi e per la tensione tra tradizione e modernità.

Yesim Ustaoglu (Viaggio verso il sole, Aspettando le nuvole) testimonia l’insensatezza dei fondamentalismi forieri di stragi e di guerra. La questione del velo, passa in secondo piano, quella della libertà femminile no.

Joséphine N’Dagnou

Joséphine N’Dagnou

L’Africa ne parla con profondità di pensiero e chiarezza d’immagine anche quando i film sono ambientati tra gli emigrati dei paesi europei. Yamina Benguigui con Inch’allah dimanche intreccia con humor e commozione le fila della lotta per l’indipendenza algerina con quella per l’emancipazione femminile. Figlie della generazione degli intellettuali africani del passing culturale ma anche delle banlieu in perenne rivolta, e autrici euroafricane fanno denuncia sociale anche attraverso il cinema di genere: la commedia o il melò ad esempio. Ma le “autrici del risveglio” che nasce tra creatività diffusa e permanente disuguaglianza nelle grandi città africane rifiutano ormai apertamente il mito dell’emigrazione (Paris à tout prix di Joséphine N’Dagnou).

Joceline Saab

Joceline Saab

Il vertice della triangolazione tra Oriente, Occidente e Africa è Beirut con le gallerie d’arte e le autrici nomadi ma che poi ritornano sempre alla città fenice (Jocelyn Saab Dunia, C’era una volta Beirut).

Con grande sapienza e grande attenzione alla musica del Maghreb Moufida Tlatli per la Tunisia collega passato e presente con I silenzi del palazzo e La stagione degli uomini. La musica mediterranea, tra Africa ed Europa, è percepita come ambito privilegiato della fusione tra le culture (Andalusia, Catalogna, Algeria, Tunisia, Egitto, Sicilia) nei film etnomusicali di Izza Genini)

Più conflittuale il cinema afroamericano che fa i conti con la l’impostazione anticoloniale e separatista della tradizione radicale made in Usa. Dopo l’afrocentrismo degli anni, ‘70 e ‘80 le registe mettono in discussione i modelli di genere appartenenti alle culture africane precoloniali e quelli della comunità nera contemporanea da cui provengono (No di Aishah Shahidah Simmons).

Dal centro del conflitto tra Israele e Palestina arrivano i film di Liana Badr e Samia Halaby che rivendicano il diritto alla pace attraverso la prospettiva della pittura e le tradizioni femminili legate alla coltivazione dell’olivo. Tra le israeliane, Yulie Cohen Gerstel con My terrorist rifiuta la disumanizzazione dell’intollerabile guerra perenne.

Probabilmente perché il Mediterraneo unisce le terre più che dividerle, e perché le iniziative di solidarietà italiane in Terra Santa sono tante e a forte partecipazione femminile, molti documentari, che coniugano lucidità e passione, sono stati girati proprio in quei luoghi dalle autrici italiane. Per citarne qualcuno: La casa dei limoni di Isabella Sandri e Lettere dalla Palestina di Wilma Labate, Giuliana Gamba ed altri.

Da New York arriva molto cinema giovane. Full immersion con le allieve dell’Istituto di cinema della Columbia University, guidata da Bette Gordon (Luminous Motion).

Giovani anche le “malefemmine”, le registe e le attrici italo-americane. Appartengono alla terza o quarta generazione, quella che frequenta le grandi università, magari proprio Columbia e New York University. Dopo le prime generazioni della difficile integrazione e le seconde dell’assimilazione incondizionata, hanno imparato l’italiano studiando il neorealismo e ascoltando i racconti della nonna. Si muovono tra storia e memoria familiare frequentando la biografia femminile come genere e costruendo immagini originali, impietose, a volte un po’ fantasiose, del nostro paese.

Quando il conflitto sembra non avere più confini precisi e tocca anche il cuore dell’Impero è un’italo-americana, Nancy Savoca, che, in Rebel Without a Pause, fa raccontare all’attrice Reno il suo personale 11 settembre dove New York somiglia ad uno dei tanti luoghi del pianeta in preda alla follia della guerra.

La più vivace cinematografia europea si rivela la spagnola in rapporto stretto con i paesi latino americani. Antiche culture ma giovane cinema brillante ed effervescente con qualche incursione nel surreale (A mi madre le gustan las mujeres di Inès Paris e Daniela Fejerman o El vestido de terciopelo di Lilian Morello, per citare una pellicola spagnola e una argentina).

Resta sempre centrale, per noi, il cinema italiano, che offre belle prove di sé in questo inizio millennio, con autrici ormai ben conosciute e molto amate dal nostro pubblico ma anche con giovani e giovanissime che si misurano con cortometraggi e documentari. D’altra parte i migliori documentari italiani degli ultimi anni sono a firma femminile e contribuiscono alla rinascita di un genere di cinema militante, molto vicino ai “movimenti” e impegnato in cause come l’ecologia e la lotta alla mafia.

Però occupiamo, nelle statistiche europee, la non invidiabile posizione del fanalino di coda. Siamo preceduti solo dalla Grecia per scarsità di accessi per le donne alle professioni del cinema e in particolar modo alla regia. La difficoltà c’è e gli ostacoli da rimuovere sono, in parte evidenti, in parte difficili da individuare. Per queste ragioni la tradizionale discussione tra le autrici italiane sullo “stato dell’arte” è trasformata in un “Focus sul cinema italiano” patrocinato dalla Vicepresidenza del Consiglio Regionale Toscano. Obbiettivi: un’indagine a tutto campo sulla situazione italiana e sulle ipotesi di intervento per riequilibrare il divario delle possibilità, specie per le più giovani. Fornire, anche attraverso sguardi critici esterni sulla nostra produzione cinematografica, una “valutazione dell’impatto di genere” sulla cinematografia nazionale all’interno del sistema, ormai osmotico, della comunicazione visiva in tutte le sue forme.

Proprio dalla consapevolezza delle trasformazioni in atto nasce un nuovo premio. Il premio Gilda per quelle attrici che attraversano i confini e non rispettano i limiti assumendo, di volta in volta, ruoli e funzioni diverse passando, ad esempio, dalla recitazione alla regia o lavorando tra cinema, televisione e teatro. Assumendo insomma su di sé molte responsabilità e giocando generosamente tutte le potenzialità di cui dispongono. Premi Gilda 2009 Anna Karina e Teresa Saponangelo.

Alida_Valli_figura_chiave_01

Alida Valli

Retrospettive principali 2000: Cheng Pei-Pei e il cinema di arti marziali ad Hong Kong, Alida Valli una diva italiana. Andrée  Davanture attivista multiculturale e montatrice, madrina del miglior cinema africano. I costumi di Lina Nerli Taviani (Marsiglia festival Films Femmes Méditerranée, prima edizione: La fiera delle dame).

Andrée Davanture

Andrée Davanture

Proiezioni e Convegno Donne di legge ispirato alle tematiche del film Sisters in Law di Kim Longinotto e Florence Ayisi. Personale Anita Thacher completata da una splendida installazione sulle porte del cinema Odeon dal titolo Traveling light. Un omaggio al cinema, ispirato alle vetrate della cappella del Rosario realizzate da Matisse  a Vence.