Mostra fotografica: “Sensi, icone e sensibilità”, di Jocelyne Saab

MostraduallookSecondo Edward Said l’orientalismo è l’immagine deformata che l’Occidente si è fatta dell’Oriente per meglio rappresentarselo, definire se stesso e dominarlo. Di qui la propensione ad associare l’Oriente a tutti i cliché che ben conosciamo: l’irrazionalità, il tribalismo, la danza del ventre, Alì Babà e Aladino. Jocelyne Saab si pone alcune domande: ma l’Oriente, da parte sua, è completamente innocente? Non ha lo sguardo altrettanto deformato? Non ha mai costruito delle rappresentazioni cliché sull’Occidente?

La mostra di Jocelyne Saab che si inaugura a Beirut contemporaneamente al Festival di Cinema e Donne di Firenze e di cui saranno esposte alcune opere presso il Cinema Odeon, prova a rispondere a queste domande.
È incentrata sull’esplorazione dei meccanismi del rifiuto e della fascinazione ed esibisce foto concepite come istallazioni rappresentative del nuovo immaginario arabo.

Mostra_RadioNel mio spazio scenico si dispiega una narrazione. Sono una regista che immagina i suoi attori, delle icone in plastica o in gesso dentro un decór naturale che ho prima individuato o costruito. Ho trovato queste icone, che qualcuno ha recuperato nell’immondizia, sulle bancarelle dei vecchi mercati di Beirut e del Cairo; vendute assieme alle icone politiche di Saddam Hussein o di Nasser e ai manifesti della Coca-cola e di Marilyn. Oppongo materia grezza a materia levigata. Fotografo queste icone come veri attori, esseri viventi che rivesto di sentimenti. Il personaggio maschile è orientale e quello femminile rappresenta l’Occidente. Barbie che per generazioni di occidentali ha rappresentato l’immagine della donna oggetto che si supponeva libera e che poi ha subito l’ostracismo del femminismo, riflette, nelle mie foto, le frustrazioni sociali e politiche dei popoli dell’Oriente. L’arte contemporanea si è interessata a Barbie quando la bambola aveva solo quindici anni, Andy Warhol ne ha riprodotto l’immagine.
L’icona maschile è evidentemente rappresentata dall’uomo con la Kefia.
Mi servo dunque di icone del ventesimo secolo, oggetti neo pop-art nati dal consumo di massa e dalla cultura popolare che li ha integrati. Le utilizzo come fonte di ispirazione per esprimere il pensiero nascosto della società araba sui cambiamenti della cultura e dei costumi dovuti alla globalizzazione.
Mostra_ArabZeusTraggo ispirazione da leggende e vecchi racconti popolari che credo costituiscano un fondo culturale persistente e universale. Le figure e i temi che ne emergono influenzano molto le forme dell’espressione contemporanea; permettono l’identificazione di ruoli e problemi della storia moderna. Io focalizzo l’influenza che i temi profondi di questi racconti esercitano sull’immaginario e rielaboro questo immaginario per mettere in scena risentimenti e frustrazioni politiche.
Nell’ambito della cinematografia araba nel suo insieme i miei film sono sempre risultati un passo avanti rispetto ad alcune tematiche, come la memoria e la tolleranza. Il mio ultimo film è probabilmente il primo ad affrontare il tema del desiderio e del piacere femminile e soprattutto del divieto di qualsiasi riflessione su questi temi. Marchel Duchamp che ha trasgredito le regole dell’arte tradizionale non è estraneo alle mie ricerche, ma gli aggotti e le associazioni non sono più gli stessi. Credo che certi stereotipi e cliché si sono ormai prosciugati in questo inizio di secolo. Rimangono a galla, in questo periodo di sviluppo globalizzato, soltanto immagini bloccate (frozen images) che io cerco di rianimare rivisitando l’inconscio collettivo. Nella mia ultima istallazione Strange Games and Bridges (Singapore, National Museum) ho avvicinato due concetti pienamente antinomici: il giardino e la guerra, per lanciare un appello contro la violenza e la guerra.

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